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Cinema

The Irishman, un classico contemporaneo

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di Fernanda Patamia

 

<<Ho sentito che imbianchi le case.>>

Queste le prime parole che Jimmy Hoffa rivolge a Frank Sheeran, detto “l’Irlandese”.

Per pittura si intende il sangue che schizza sulle pareti e cola sul pavimento quando spari a qualcuno.

Charles Brandt, autore del libro The Irishman edito in Italia da Fazi Editore, presta la propria voce a Frank Sheeran, uno dei protagonisti dei più grandi misteri americani: la scomparsa di Jimmy Hoffa, ex leader sindacale dei Teamsters e definito da Robert Kennedy <<l’uomo più potente degli Stati Uniti dopo il presidente>>.

Visto per l’ultima volta il 30 luglio del 1975, la clamorosa sparizione di Hoffa ha ossessionato l’opinione pubblica statunitense per decenni e l’autore, nell’intento di fare chiarezza su uno degli episodi di cronaca più neri nella storia degli States, decide di condurre una sorta di inchiesta personale indagando a fondo i motivi che hanno portato a quell’evento. L’azione si svolge a cavallo fra gli anni ’60 e ’70, nel momento in cui in America si diffonde la consapevolezza dell’esistenza di Cosa Nostra e di quanto questa possa essere capace di influenzare praticamente ogni aspetto della società.

La storia è raccontata in prima persona dallo stesso Sheeran, mentre Brandt interviene nel testo, col piglio dell’ex-procuratore, per fornire chiarimenti sui problemi legali di Hoffa. In un lungo flashback l’Irlandese parla degli anni in cui non era ancora un gangster: campione di boxe di strada, artista in un circo itinerante, istruttore di danza e soldato durante la seconda guerra mondiale. In quei quattrocentoundici giorni di combattimento in Europa, l’Irlandese imparò a uccidere a sangue freddo: <<Spesso avevi solo un secondo per decidere di essere giudice, giuria e boia>>. Quell’esperienza lo condizionò per il resto della vita rendendolo un uomo irrequieto e senza scrupoli ma anche introspettivo. E poi, tornato in patria, l’incontro con Russell Bufalino, boss della mafia che lo accoglie nella sua famiglia guadagnandosi la sua lealtà eterna facendolo diventare uno dei sicari più fidati della Cupola di Cosa Nostra. Seguono le vicende riguardanti l’alleanza stretta con Hoffa e la sua rapida ascesa nel mondo dei sindacati, i rapporti con la mafia e le più alte cariche dello Stato, i problemi giudiziari e la sua scomparsa, i tentativi di Bobby Kennedy di smantellare le organizzazioni mafiose; fino ad arrivare alla sensazionale dichiarazione che vede la mafia italo-americana coinvolta nell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy.

Corruzione, mafia, elezioni truccate, omicidi, sangue, soldi, potere: quello che emerge è un quadro buio in cui ogni singola figura di primo piano è votata ad un male ordinario impossibile da estirpare. Per converso le stesse figure che si macchiano di crimini indicibili lo fanno con onore e rispettando il proprio codice etico e morale. The Irishman procede come una caccia all’assassino in cui politica, storia e malavita si intrecciano. Nonostante la materia trattata sia impegnativa la prosa scorre senza fatica, puntellata di riferimenti a gangster movie e modi di dire tipici dell’ambiente malavitoso incuriosendo il lettore. L’Irlandese sembrava quasi volersi liberare di un peso nelle centinaia di ore di colloqui con Brandt, il quale dà vita ad un romanzo dai contorni sfumati, a metà fra il crime e il saggio investigativo, destinato a diventare un classico contemporaneo.

 

The Irishman di Charles Brandt

Fazi Editore, 2019

Pagg. 469

Euro 18

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