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Lo Zibaldone - Recensioni

Se il talento diventa una trappola: “Stare al gioco” di Fatima Daas

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Il liceo, la scrittura e il desiderio come territori di conflitto: il ritorno in libreria della scrittrice francese dopo il successo di La più piccola.

di Elena D’Alessandri

C’è un momento preciso, nell’adolescenza, in cui il bisogno di essere visti, riconosciuti e validati dagli adulti si fa disperato. È in questa crepa emotiva che si insinua la scrittura di Fatima Daas nel suo nuovo, potente romanzo “Stare al gioco” (Fandango Libri, 174 pp., 18 Euro, traduzione di Camilla Diez). Dopo il folgorante esordio con La più piccola – consacrato anche sul grande schermo dalla regista Hafsia Herzi a Cannes – la giovane autrice di origini algerine torna a esplorare i corpi, le identità e le periferie. Questa volta, però, sposta il nucleo del racconto all’interno di un perimetro ben preciso: l’universo scolastico.

Ci troviamo a Clichy-sous-Bois, nella banlieue parigina. Qui si muove Kayden Abad, una ragazza brillante, figlia di immigrati, che vive con la madre e la sorella in un contesto familiare discreto ma solido, circondata da un gruppo di amici leali. Kayden ha un dono: scrive divinamente. Un talento che non sfugge a Garance Fontaine, la sua insegnante di letteratura. La professoressa intuisce subito il potenziale della ragazza e le prospetta un orizzonte fino a quel momento inimmaginabile: l’ammissione alla prestigiosa ed elitaria facoltà di Scienze politiche.

Quella che sembra l’archetipo della classica storia di riscatto sociale, tuttavia, devia rapidamente verso territori molto più in ombra. Abusando della propria autorità e sfruttando il fascino del mentore, la professoressa Fontaine avvia un sottile, ambiguo e pericoloso gioco di seduzione e manipolazione emotiva. Il confine tra guida accademica e predatrice affettiva si fa labile, trascinando Kayden in una confusione psicologica dolorosa. “Il tuo ruolo era proteggermi”, scriverà la protagonista in una commovente lettera finale che ridefinisce i contorni di una relazione indefinibile.

Attraverso le pagine di un diario crudo ma mai freddo, Kayden annota tutto ciò che osserva dentro e fuori la scuola. Fatima Daas usa questa voce per scardinare, pezzo dopo pezzo, il falso mito della meritocrazia occidentale. Il sistema educativo, che sulla carta promette emancipazione e ascesa sociale, si rivela in realtà una struttura rigida e classista, tesa a riprodurre gerarchie invisibili e violenze sistemiche. Un meccanismo che troppo spesso schiaccia le aspirazioni autentiche degli adolescenti.

Eppure, Stare al gioco non è un semplice romanzo di denuncia. È anche, e soprattutto, un inno alla forza dell’amicizia e della solidarietà generazionale. Contro l’individualismo tossico spinto dalle dinamiche scolastiche, i legami tra i ragazzi della periferia diventano l’unica vera forma di resistenza e di protezione.

Con una scrittura chirurgica, capace di catturare i desideri nascenti, le contraddizioni della scoperta della propria omosessualità in contesti non sempre accoglienti e la sete di riscatto, Fatima Daas si conferma una maestra nell’esplorazione dell’animo umano. Un romanzo struggente e necessario, che interroga profondamente il ruolo degli adulti e la responsabilità delle istituzioni educative.

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