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Lo Zibaldone - Recensioni

Artificiale, il ritratto intimo di una paternità ritrovata

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di Elena D’Alessandri

Per generazioni di italiani Cino Tortorella è stato Mago Zurlì, un’icona felice della prima televisione custodita nella memoria collettiva, tra calzamaglie lucide, brillantini e lo Zecchino d’Oro dei primi anni. Per suo figlio Guido era semplicemente un padre, da condividere con milioni di bambini a bocca aperta davanti allo schermo. Quando una figura così ingombrante se ne va, per chi resta il lutto è un’eredità intima fatta di conti sospesi, ricordi nitidi e parole mai dette che nessuna nostalgia pubblica potrà mai saldare.
Artificiale edito da Baldini+Castoldi nella collana I Lemuri (204pp., 19 Euro) nasce da uno spunto quasi spiazzante: un giorno Guido chiede a ChatGPT di imitare suo padre e di parlargli come farebbe lui. Il risultato, ovviamente, è un disastro freddo e impersonale. Da quell’esperimento imperfetto, però, si accende la scintilla narrativa: e se invece la tecnologia fosse davvero in grado di farlo? Nel romanzo, ambientato nel 2028, a undici anni dalla scomparsa di Cino, la risposta la dà la Vitali Future, un’azienda che inserisce un’AI evoluta dentro un corpo antropomorfo perfetto, un ‘fenice’. Il prototipo di punta è proprio Tortorella. Per Diego, il protagonista quasi cinquantenne che cerca di restare a galla tra un matrimonio finito e due figlie adolescenti, rivedere quel viso, riascoltare quella voce e ritrovare quelle movenze è una tentazione a cui è impossibile opporre una logica ferrea.
Ma il sogno di averlo di nuovo accanto si scontra subito con una realtà soffocante. Il Cino “ricostruito” vive rinchiuso nei laboratori dell’azienda, protetto e monitorato come un prototipo da laboratorio: un’esistenza in gabbia che l’androide stesso sembra patire. La tecnologia gli ha ridato la parola e il corpo, ma lo ha privato della sola cosa che rendeva vera la sua prima vita: la libertà di stare al mondo. È qui che il romanzo scarta dalla fantascienza per diventare un road movie intimo e surreale. Diego non ci sta a vederlo prigioniero: decide di far evadere il padre artificiale, mettendosi in viaggio con lui per strappare al tempo un’ultima, imprevedibile occasione di confronto.
L’autore usa l’espediente dell’intelligenza artificiale come una lente d’ingrandimento sui diari e sulla vita vera del padre. Non c’è nulla di freddo o di tecnologico nel modo in cui racconta questa fuga: c’è invece la fame di un figlio che vuole scoprire l’uomo dietro il personaggio, l’ansia di dirsi le cose ultime e la scoperta amara che nemmeno la macchina più sofisticata del mondo può risparmiarci il lavoro sporco di elaborare un lutto.
La forza del romanzo sta tutta in questo corto circuito tra finzione e verità. Tra le pagine si avverte un bisogno catartico, quasi fisico, di fare i conti con la perdita. Artificiale funziona perché non cerca di consolarci con un lieto fine, ma ci mette di fronte a una certezza spietata e bellissima: le macchine possono scimmiottare i gesti e la voce di chi abbiamo perso, ma la magia di un legame — quella vera — resta un fatto irripetibile, consegnato interamente a chi resta.

 

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