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Lo Zibaldone

“Parlerò di te”, Bruno Mohorovich

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di Gisella Blanco

Sin dal titolo, l’autore chiarisce l’obiettivo -che è anche metodo, artificio, ermeneutica- della sua operazione poetica: parlare della donna che ama e, si badi bene, non si tratterà di un monologo autoreferenziale. Il poeta, quando liricizza l’amore, lo fa indugiando nell’incertezza della sua penna, scrivendo “su carta increspata di nuvole,/poeta senza poesia,/parole striate di frammenti” ma, con insaziabile arguzia, rilegge e ri-elegge la follia, consegnandocela in versi. E se è solo per amore, un amore onnivoro e determinatissimo, che un uomo “pensa d’esser poeta”, può accadere che affiori l’idea feroce dell’assenza, dell’abbandono, della possibilità di non essere corrisposto: quale miglior luogo della poesia può esistere, per ritrovare l’amata, per riconoscere la propria incessante musa tra le lusinghe confondenti del mondo empirico e, forse, per rintracciare le proprie orme nella smodata farraginosità del pensiero? Ogni cosa può raccontare la storia di un legame profondo ma solo l’abile orecchio di un poeta ne può individuare nettamente le precise intonazioni di suono per trasformarle in immagini pulsanti: “Di te, mi dirà il vento/ora che m’abbandono all’aria/trasportato/verso l’orizzonte del tuo sorriso/sul limitare delle tue labbra/nel precipizio dei tuoi occhi”. C’è un momento, un preciso istante emotivo più che temporale, in cui le ore rimangono sospese nella musicalità stonante di tutte le parole che non si sono dette, non si sono gridate e non si sono ascoltate ma il poeta, caparbio e risoluto, non demorde nell’intento di avvicinare a sé l’idea dell’amata attraverso i suoi versi che rendono carne lo spazio che li separa, che trasformano in viscere il tempo che si diverte a sfalsarne l’incontro di labbra e che fluidificano in sangue la paura di toccarsi. “Perdonami per tanto amore/che neppure io sapevo” è l’immenso grido d’umiltà e di gentilezza che l’autore palesa a se stesso nell’atto di esternarlo all’amata, tra un ricordo teneramente sussurrato (“Eravamo ancora noi/col sorriso di sempre/in quella stessa via/che ci siamo ritrovati”, del quale rimane il sospetto che possa essere la meravigliosa e insincera creazione di un desiderio) e la determinazione di scandagliare ogni anfratto dell’oscurità di strade emotive e geografiche per ritrovare l’abbraccio tanto agognato. Questa silloge è un viaggio attraverso “un altrove che non so/dentro al tuo viso” e una narrazione ben precisa in cui, per avventura, ciascuno può riconoscersi ma non vi dirò di come si svolge e dove condurrà: nel profondo di ogni ricerca amorosa, nella selezione accurata della parola poetica, nel vuoto intimistico che rimane sospeso tra un verso e l’altro e, perfino, nella disperazione dell’abbandono, la più grande scoperta è ritrovare se stessi.

 

“Parlerò di te”,

Bruno Mohorovich

Bertoni Editore 2021

92 pag, 14 Euro.

 

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