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Lo Zibaldone

Introduzione alla mistica

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di Francesco Roat

In Occidente il termine mistica ha da sempre assunto connotazioni disparate. Etimologicamente esso deriva dall’aggettivo greco mystikos, il quale ‒ come il sostantivo mystes: l’iniziato alle religioni misteriche ‒ fa riferimento al verbo myein, che significa chiudere la bocca e gli occhi di fronte al mysterion: al mistero/segreto proprio della dimensione riferibile al sacro/divino, all’ineffabile di cui non si può e non si deve parlare (specie con i non-iniziati). Nell’ambito specificamente cristiano, all’interno dei Vangeli sinottici, troviamo tre analoghe citazioni dei termini mistero-misteri, allorché Gesù confida agli apostoli che a loro è dato conoscerli ‒ in riferimento al regno dei cieli ‒, mentre agli altri non è concesso. Un passo di Luca sembra sottolineare con maggior forza la differenza tra l’insegnamento esoterico ed essoterico del Cristo, poiché questi avrebbe affermato: “A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano” (Lc 8,10).

Nelle Lettere paoline ‒ soprattutto nelle epistole ai Corinzi, agli Efesini e ai Colossesi ‒ abbondano i riferimenti a tali termini; ed un poco alla volta vari teologi cristiani prendono ad utilizzare l’aggettivo mystikos per alludere al mistero divino che è stato svelato/rivelato dal Cristo. Con lo pseudo-Dionigi l’Areopagita si inizia quindi a parlare di una certa qual specie d’esperienza mistica e d’unione mistica con Dio. Non a caso s’intitola Teologia mistica un trattatello significativo di tale autore, dove tra l’altro si parla dell’ascesa di Mosè sul monte Sinai per avvicinarsi al Signore. Ascesa/ascesi che comporta la presa di distanza da ogni pretesa di conoscenza noetica e che si conclude con una visione, la quale equivale altresì a una unione (che ricorda l’henosis plotiniana) con Dio.

Però il passaggio dall’aggettivo al sostantivo rispetto al termine mistica avverrà molto più tardi. Secondo gli studi condotti da Michel de Certeau tale vocabolo sarà infatti utilizzato solo a patire dal secolo XVII. Tuttavia a lungo, sino a quasi il secolo scorso, questa parola verrà connotata da un’aura svalutativa/spregiativa. Ai mistici inoltre la Chiesa cattolica ha molto spesso guardato come minimo con sospetto ‒ si pensi solo alla condanna al rogo di Margherita Porete o al processo (e condanna) di Meister Eckhart da parte dell’Inquisizione ‒ per via della loro comune propensione a interpretare in modo non dogmatico la rivelazione biblica. Anche le varie Chiese protestanti, fino circa agli inizi del secolo XX, hanno guardato con diffidenza alla mistica. È solo nel Novecento dunque che essa viene presa in considerazione quale una valida modalità di espressione/concezione spirituale.

Come nota/sintetizza però giustamente nel suo ultimo saggio Marco Vannini ‒ da quarant’anni editore di testi mistici medioevali e moderni ‒ la mistica non si può considerare costituita da visioni/audizioni soprannaturali o da questa o quella tecnica estatica, ma essa semplicemente/genuinamente: “è la vita dello spirito” ed il suo scopo è giusto far giungere l’uomo alla paolina unitas spiritus, allorquando, fatto tacere/morire l’io e le sue velleità ed attaccamenti egocentrici, l’anima perviene alla theosis: alla divinizzazione, divenendo un solo spirito con Dio (1 Cor 6,17). Ma come giungere ad un tale traguardo, ad una tale realizzazione? Tramite in primo luogo il distacco, che poi finisce per rivelarsi ‒ puntualizza Vannini ‒: “l’insegnamento unico e costante di tutti i maestri spirituali di ogni tempo e luogo, espresso con nomi diversi nelle varie lingue, antiche e moderne: afaíresis, renuntiatio, spoliatio, relassazione, spropriazione, détachement, désappropriation, dépouillement, dejamiento, Abgeschiedenheit, ecc., ma con identico significato”.

Distacco è perciò atto con cui il mistico si sbarazza di quanto ritiene superficiale, effimero ed insignificante per rivolgersi all’essenziale, consistendo in pratica nell’abbandono dell’appropriatività/egoità. Così potremmo anche dire, con lo studioso toscano, che esperienza specifica della vera libertà spirituale sia la fine della volontà individuale: passione primaria che irretisce l’anima impedendole di realizzare l’autentica salus: “una salute che non dipende più dalle circostanze, dalla situazione esterna o interiore, ma che attraversa serenamente tutte le circostanze, perennemente lieta nel suo infinito distacco”.

Ma attenzione, ci mette in guardia Vannini, a non cadere nell’errore di credere che la mistica costringa l’uomo in una dimensione esclusivamente interiore, separandolo dal mondo, dagli altri e soprattutto dalla prassi, in una sorta di regressiva fuga dalla realtà. Nulla di più fuorviante; semmai: “è vero proprio il contrario, giacché la ricchezza e la profondità interiore sfociano sempre, naturalmente, nell’azione”. Solo che essa non è generata da alcun egoismo (o filautia: l’amore eccessivo di sé); e va rimarcato: “come sia proprio il superamento della volontà personale a costituire la fonte inesauribile dell’energia caritativa che muove il mistico”. In questa prospettiva la preghiera – lungi dal porsi come mera richiesta d’ausilio a Dio ‒ costituisce piuttosto: “l’elevarsi dell’anima a Dio” ed una disponibilità di totale accoglienza/accettazione all’insegna dell’evangelico fiat voluntas tua.

Il saggio di Vannini è un libro senz’altro pregevole/consigliabile, rivolto com’esso è non soltanto agli addetti ai lavori ma a tutti; in quanto i lettori potranno agevolmente venir introdotti alle tematiche affrontate nel testo grazie ad una scrittura puntuale e rigorosa, ma al contempo tersa e leggibilissima; ed anche per via d’una serie di schede sintetiche, dedicate alle principali figure della mistica occidentale (ma non solo, se qui si accenna pure di Al-Hallaj), iniziando da Platone per giungere fino a Simone Weil, non senza transitare per filosofi in odore di misticismo, quali Hegel e Nietzsche.

Marco Vannini

Introduzione alla mistica

Le Lettere, 2021

pp. 150, euro 14,00

 

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