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Lo Zibaldone

Claudio Tugnoli e la “Filosofia del dilemma”

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di Francesco Roat

Se si tratta di optare tra ciò che reputiamo essere un bene o un male per noi, la scelta pare abbastanza scontata: propenderemo per la prima alternativa. Ma se occorre decidersi tra due mali? È questo l’interrogativo con cui si apre l’ultimo saggio di Claudio Tugnoli intorno alla tematica del cosiddetto dilemma (δίλημμα) ossia del rompicapo costituito da due premesse/proposizioni contrarie, una delle quali siamo sospinti a scegliere quantunque entrambe finiscano per comportare la stessa conseguenza. Un esempio, fra i molti proposti nel testo dall’autore e tratto dall’Etica Nicomachea dello Stagirita, è il seguente: un tiranno tiene prigionieri i parenti stretti d’un uomo a cui vien posto un dilemma morale; se vuole salvare i suoi cari deve commettere un crimine. Il non compierlo comporterà la loro rovina, il compierlo significherà andar contro i principi etici da lui ritenuti inderogabili. Come stabilire quale sia il male minore?

Oltre la succitata, ben altre diverse situazioni dal carattere pur sempre dilemmatico sono una presenza ricorrente nell’esistenza di ognuno; casi in cui siamo costretti o indotti a decisioni difficili da prendere, in quanto è umano, troppo umano pensare che, qualunque sia la condotta da assumere, finiremmo comunque per venire infilzati dall’uno o dall’altro corno del dilemma. Esso insomma è architettato in modo da non lasciare (apparentemente) scampo alla vittima cui viene sottoposto. Non si tratta dunque (solo) di una questione filosofica e/o teorica ma anche pratica, esistenziale, comportamentale. Riassume bene i tratti problematici del dilemma Tugnoli, sottolineando come: “La riflessione sulla forma del dilemma non può non avere serie implicazioni sul piano delle conseguenza pragmatiche, dove il dilemma manifesta tutta la sua cogenza tragica nelle controversie in cui oggettivazione semplificante si presta come strumento di esercizio di un potere che pretende di legittimarsi mediante il richiamo a un’oggettività solo apparentemente ineludibile”.

Infatti è quest’ultimo il tratto più inquietante di tale modalità argomentativa, ovvero la trappola nella quale sembra destinato a rimanere prigioniero colui il quale è stato posto di fronte a un dilemma: il credere che non vi siano alternative ad esso, ovvero che non vi sia modo di scongiurarlo. Unitamente al fatto che il dilemma assume le tinte più drammatiche/sinistre quanto minore è il tempo che uno ha per decidere cosa fare, come risolvere il problema. Non a caso l’ambizione di questo strumento coercitivo, nota Tugnoli, è quella di: “persuadere l’avversario che le due opzioni sono le uniche possibili” attraverso una logica a prima vista stringente, che tuttavia esprime solo parzialmente la realtà. La duplice strategia proposta dall’autore per sfuggire all’abbraccio esiziale del dilemma sta in primo luogo nell’opporre allo specioso ragionamento dilemmatico: “controdeduzioni e contestazioni logiche” e, in secondo luogo, nel non lasciarsi convincere che non vi sia modo di spezzare le maglie di esso, sperimentando/mettendo in atto invece azioni/risoluzioni alternative che permettono di farci sbalzare oltre le coattive corna del dilemma.

Così il presupposto basilare di tale costrutto linguistico sta nell’escludere che si diano possibilità/alternative diverse da quelle proposte dal dilemma: dalla sua doppia forzata premessa. Quindi, massima espressione della dilemmaticità è quella aporetica (senza via di scampo), ove, precisa Tugnoli: “ciascuna delle due opzioni dà luogo a una contraddizione tale da rendere impossibile la scelta corrispondente”. Così il dilemma finisce per divenire storicamente ‒ specie presso gli antichi ‒ un vero e proprio artificio sofistico per sconfiggere l’interlocutore: reso incapace di sfuggire a opzioni sfavorevoli/pregiudizievoli; anche se la caratteristica apparentemente inoppugnabile del dilemma è solo una schematizzazione riduttiva della realtà; anzi potremmo anche chiamarla una sua falsificazione. Ne consegue che: “Il dilemma preclude la ricerca e blocca l’azione, illudendo chi vi presta il proprio assenso che non c’è null’altro (…) da fare o da sapere”.

Specie se ben costruito, il dilemma non prevede soluzione a livello teoretico ma, si diceva, è possibile opporvisi tramite una prassi da individuare volta per volta da parte del soggetto a cui esso venga posto. Ad esempio: nel caso proposto in apertura la vittima del tiranno potrebbe tentare un tirannicidio, fomentare una ribellione o scegliere il suicidio quale forma di libertà/disobbedienza estrema. È quindi il ritenere, a priori, che non vi sia scampo al dilemma ad attivare il suo subdolo influsso paralizzante; oltre al fatto di pensare che sia possibile decidere astrattamente e una volta per tutte/tutti cosa sia bene o male, positività o negatività. Di contro, osserva l’autore: “In ogni momento della nostra vita sacrifichiamo qualcosa a vantaggio di qualcos’altro. E non sapremo mai se davvero ciò che abbiamo scartato come male maggiore non avrebbe potuto rivelarsi un bene maggiore”.

L’analisi intorno al dilemma si sposta quindi intorno a quella, più ampia, della scelta: non fra due, ma fra innumerevoli soluzioni, e pertanto il tema affrontato in questo saggio/studio ‒ estremamente circostanziato e puntuale ‒ si dilata fino a comprendere ambiti filosofici ulteriori, quali la logica, la linguistica o la vexata quaestio libero arbitrio o determinismo. A questo proposito consiglierei a chi sia interessato al tema il pregevole volume a più voci, intitolato: Libero arbitrio. Teorie e prassi della libertà (Liguori Editore), giusto a cura di Claudio Tugnoli.

Tornando poi per l’ultima volta al dilemma, scelgo ‒ senza esserne costretto ‒ di citare una frase emblematica tratta dalla conclusione del saggio: “La consapevolezza della necessità del sacrificio, dell’esclusione di alcune opzioni a beneficio di altre, rappresenta il tragico che inerisce alla natura dilemmatica della libertà”, permettendomi solo di aggiungere come l’ambito del tragico sia cifra al contempo della fragilità e dei limiti dell’umano, stante anche nel riconoscere l’aporia di ogni tentativo semplificatorio di trovare una ragione, un senso all’esistere o di spiegare (e non solo piegare entro i nostri schemi concettuali) l’enigma dell’esserci.

Claudio Tugnoli

Filosofia del dilemma

Mimesis, Milano 2019

pp. 331, euro 26,00.

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