Lo Zibaldone - Recensioni
Vladimir Nabokov: “Re, donna, fante”
di Francesco Roat
“Di tutti i miei romanzi, questo vispo bestione è il più allegro”. Così si espresse Vladimir Nabokov nel 1967 alla vigilia della pubblicazione in inglese del suo secondo romanzo “Re, donna, fante”, apparso dapprima in russo nel 1928 e rinato quarant’anni dopo in una nuova stesura a cura dello stesso Nabokov.
E forse l’aspetto che più contraddistingue quest’opera giovanile sta proprio nella sua allegra verve, in quell’umorismo estroso il quale ‒ come ebbe a sottolineare Simon Karlinsky ‒ costituisce il tratto peculiare dello scrittore russo, che con un’alchimia letteraria davvero innovativa seppe amalgamare nei suoi romanzi procedimenti creativi propri dell’inventore di problemi scacchistici, la forma mentis del biologo, una lingua e uno stile da poeta lirico. Stilemi che però egli seppe sempre ancorare ad uno humour che niente ha da invidiare a maestri della comicità quali un Charlie Chaplin o i due fratelli Marx.
Re, donna, fante appartiene, con Camera oscura e Disperazione, alla cosiddetta trilogia berlinese, composta durante il periodo di soggiorno europeo e costituita da tre opere intese a descrivere all’insegna della più sottile ironia impietosi quadri di vita borghese al tempo della repubblica di Weimar. Testi in cui occasione narrativa, ritmo e intreccio a prima vista paiono quelli del racconto poliziesco o noir. Anche in questo romanzo dunque la trama sembra adeguarsi ad un genere di fabula d’evasione nel raccontare al lettore una storia d’adulterio, una partita a tre quasi ovvia nella prevedibilità delle mosse iniziali che re, donna e fante compiono sulla scacchiera kitsch d’un interno piccolo borghese.
Siamo nella Berlino degli anni venti. Un nipote squattrinato (Franz) viene assunto dallo zio commerciante (Dreyer), che ha una moglie (Martha) debitamente giovane, bella e insoddisfatta del proprio ménage matrimoniale. Scontato il seguito di infedeltà, triangolazioni deludenti, desiderio da parte dei due giovani di sbarazzarsi del marito scomodo, magari attraverso un delitto perfetto. Ma la bravura di Nabokov sta appunto nel servirsi di un realismo apparente per forzarlo attraverso una dissezione straniante di dettagli che, lungi dal circostanziarsi in una prospettiva apportatrice di senso, rimandano ad una sorta di puzzle non ricomponibile, ad una mappatura frammentata ed onirica in cui il mondo si rivela come un disegno dai tratti assurdi ed irreali.
Man mano che il romanzo cresce, diramandosi in intervalli narrativi paralleli ‒ come quello dei manichini semoventi, che rispecchiano fedeli la stereotipia degli umani ‒ o in stalli falsamente meditativi ‒ come le riflessioni farneticanti della coppia Franz-Martha ‒, la negazione della realtà ordinaria procede di pari passo con l’emergere e l’imporsi di una dimensione altra, allucinatoria ed ossessiva. Così per i due amanti, tenuti insieme ormai solo da insani progetti d’omicidio, l’assassinio di Dreyer, in quanto introiettato, è già come avvenuto e quella a cui essi ambiscono non è tanto “una felicità futura ma una futura reminiscenza”.
Così accanto al coniuge importuno prende forma “un secondo Dreyer, puramente schematico, che si era staccato dal primo” e che occorre annichilire. Si ribalta quindi il piano a tutta prima lineare e rassicurante d’una storia tradizionale, depistata ora attraverso il trompe-l’oeil di finali illusori ora dagli specchi deformanti di una teoria di vetrine, pozzanghere, specchi che rimandano le immagini stravolte ed equivoche d’una Berlino senz’anima. E sono le ultime pagine, straordinarie per il catartico meccanismo ad orologeria d’una scrittura implosiva dal ritmo incalzante ed ossessivo, a rimarcare l’estrema modernità di quell’anatomista dell’animo umano che riuscì ad essere Nabokov sin dai lavori della giovinezza.
Pagine contrassegnate dall’inevitabile collasso del falso movimento di un racconto d’inazione, colto attraverso una follia che, se in apparenza riassume le ultime ore di vita d’una Martha delirante, si riferisce piuttosto surrettiziamente al venir meno del senso di ogni progettualità, illusa di poter dare una direzione alla corrente tumultuosa delle passioni che ci inquietano.
Vladimir Nabokov, Re, donna, fante, trad. di E. Capriolo, Adelphi, pp.290, euro 13,00


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