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Poesia

Stelvio Di Spigno: “Minimo umano”

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di Augusto Ficele

Leggo Di Spigno e mi ricorda Ovidio, sottoposto alla relegatio in insulam, condannato a vivere al confino per depurare le proprie colpe. L’autore è un ferito a morte, tuttavia non ha paura di monitorare i peccati di una giovinezza ladra e ormai consunta, ha la forza di accogliere gli insegnamenti di Sant’Agostino, non a caso un suo esergo compare in una delle sezioni della raccolta: «Non posso comprendere la natura della mia memoria, mentre senza di quella non potrei nominare neppure me stesso». Si avverte un lavoro sull’anima aereo, il viatico è stato innescato, ci sono i luoghi incisi nel tormento, esposti alla confessione, in cui la carne è stata sacrificata e il cuore umiliato: «Fuori Nettuno, la Litoranea, i boschi sacrificali / e lontano Gaeta, poi Napoli ingorda e Monte Somma. // Sei venuto a vederla da un portico abusivo / la tua vita, oggi perduta, abbandonata […]». Forse sarà la vastità azzurra e tirrenica a concedergli la grazia, la domanda è se basterà rimirarla o se sarà necessario immergervisi fino all’ultimo respiro. Di Spigno, attento studioso di testi cristiani e di filosofia morale, vorrebbe essere un martire ma è già uno splendido caduto sul fronte: «Signore dei palmizi, / che io non scruti l’altura dell’angoscia, che mi sia / risparmiata la visione più potente, la fine, / che è anche la più vera. Non farmi / spasimare, e se parliamo / di cocente supplizio e sepoltura, / manda me avanti prima di tutti gli altri». L’afflato evangelico s’incrocia con il suo travaglio eretico, i punti di sutura sono troppo fragili per evitare emorragie improvvise alla visione di Dio deposto sulla scogliera. Il poeta campano è consapevole del giorno ripetibile, si vergogna di non saper morire per amore, attende l’assoluzione dal Vesuvio perché di lui resti solo un volo di cenere: «È questo il grande danno. Ma come vedi / a tutto si sopravvive se non l’hai marchiato a fuoco».

 

Minimo umano

Stelvio Di Spigno

Marcos Y Marcos

pp.224, Euro 20,00

 

 

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