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Ritorno al centro

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di Francesco Roat

L’interrogativo che Bede Griffiths si/ci pone all’inizio del suo saggio Ritorno al centro è il seguente: che cosa è il nostro vero Sé? È forse l’ego mai pago, che mira ad accrescere sempre più la sua potenza/influenza nei confronti di cose, situazioni, persone o, invece, esiste qualcosa di più significativo in noi oltre l’ambito puramente psicosomatico ed oltre le ambizioni e le maschere dell’io? Il Nostro è convinto che si debba far riferimento al, da lui chiamato, centro più profondo d’ogni essere umano. Tale nucleo interiore, a suo dire, è altresì tutt’uno con il Sé universale. Questa idea gli deriva dall’antica tradizione spirituale indiana, per la quale l’ātman (l’essenza o l’anima individuale) finisce con l’essere concepito come appartenente o equivalente al Brahman (la fonte o il fondamento dell’essere).

Una così illuminante consapevolezza però, secondo Griffiths, non si raggiunge tramite la ragione, la logica o l’astrazione concettuale, ma in modo intuitivo. Grazie ad un’intuizione basilare, che ci consente di comprendere come: “Tutto quello che esiste al mondo, dall’immensamente grande alla particella più piccola della materia esiste eternamente nel Brahman”. In detta prospettiva esistere equivale a quanto il verbo latino exsistere in antico significava, ovvero scaturire/derivare da. Per utilizzare una celebre metafora, il rapporto Brahman/ātman è analogo a quello che intercorre fra il mare e ogni particella d’acqua introdottavi da un affluente; in quanto essa diviene subito parte integrante della vastità marina. Se il termine Brahman dovesse suonare per noi troppo esotico, potremmo anche chiamarlo altrimenti: Dio, ad esempio, Natura, mirabile auto-organizzazione evolutiva, oppure Mistero.

“La divinità”, nota ancora Griffiths, “contiene all’interno del proprio essere infinito, innumerevoli possibilità di finito, e ognuno di noi è l’espressione eterna di una di queste possibilità. Ognuno di noi è una parola all’interno della Parola”. Ciò che consideriamo realtà è tuttavia solo fenomeno, una manifestazione che noi cogliamo attraverso i nostri sensi ‒ o gli strumenti tecnologici a disposizione ‒ e che poi elaboriamo grazie alla nostra mente. Per dirla sempre con la spiritualità indiana, il mondo-universo è māyā: illusione o, forse meglio, apparenza; nel senso più autentico e significativo di questo vocabolo che non svilisce o riduce a miraggio il mondo, bensì lo coglie/interpreta come qualcosa che ci appare nelle modalità in cui può esser percepito da noi.

La coscienza è dunque limitata da se stessa, dal suo costitutivo modus operandi. “Ma c’è una finestra in essa”, nota metaforicamente l’autore, “dalla quale posso osservare l’eternità; o, piuttosto, dalla quale la Realtà eterna osserva, attraverso di me, questo mondo inserito nello spazio e nel tempo. Quando mi spingo oltre i sensi e oltre la ragione, e oltrepasso questa porta, allora mi addentro nella vita eterna, scopro il mio vero Sé e vedo il mondo per quello che effettivamente è”. Non cioè caratterizzato da distinzioni e differenze, ma all’insegna dell’advaita induista ossia della non-dualità: quella fra l’io ed il prossimo, il soggetto e l’oggetto, la parte ed il tutto. Una non-dualità che ci rende generosi, altruisti, equanimi.

Mentre invece l’individualismo ci fa incapaci di amare autenticamente. Esso è il cristiano peccato originale, una sconfinata cura solo nei riguardi di se stessi, unita alla volontà di potenza, la quale considera tutto e di tutti solo strumenti da utilizzare per il proprio piacere/benessere egocentrico. Invece alla base del cristianesimo originario non stanno le regole catechistiche o i dogmi, ma giusto l’agape: l’amore caritatevole. Ricordiamoci infatti che evangelicamente Dio è amore (ho Theos agape estin ‒ 1 Gv. 4,8) e al contempo che Dio è Spirito (pneuma ho theos – Gv 4,24). Quindi, scrive Griffiths nella pagina conclusiva del saggio:

“(…) lo Spirito è Amore, un amore che penetra ogni atomo dell’universo, che riempie ogni essere vivente, che muove il cuore di ogni uomo e che abbraccia tutto nell’unità. In questo Spirito, siamo tutti uno nell’amore, ognuno unico in sé stesso e riflettente la luce della Parola. Nella Parola siamo tutti uno con il Padre, la sorgente di tutto: «Tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi con noi»”. (Gv 17,21).

Bede Griffiths, Ritorno al centro, Lindau, 2024, pp. 173, euro 19,00

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