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Lo Stato di Israele e la Palestina: quattro libri a confronto

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di Alessandra Sofisti

1. “La memoria umana è uno strumento meraviglioso, ma fallace” – scrisse Primo Levi. Tutti i nostri sforzi per ricordare avvenimenti e tempi trascorsi sono aleatori, anche perché sottraggono a ogni meccanismo fisico o psichico la possibilità di una esattezza, cioè di una verità che è difficile da scoprire e da comunicare. Tuttavia la memoria è indispensabile anche nella sua fragilità. E’ materia di prova, non esclusiva, neppure decisiva, ma necessaria.
Fare storia – scrive Walter Barberis nel suo saggio “Storia senza perdono” – significa capire cosa è successo, come e perché. L’abuso della memoria non è meno dannoso di un cattivo uso della storia, così come la banalità degli insegnamenti non è meno pericolosa di quella del male da cui dovrebbe mettere in guardia. Non basterà una “Biblioteca di Babele” e tanto meno tanti ascetici custodi del libro. Ci salverà – conclude lo storico – la razionalità della ricerca, l’onestà dell’insegnamento e tanta umanità.

2.Nel racconto “Il signor Levi” tratto dal volume Il monte del cattivo consiglio di Amos Oz, tra i più famosi e celebrati narratori israeliani, si racconta per immagini magnificamente descritte cosa dovevano aver vissuto sia gli europei, provenienti soprattutto dall’Est, giunti in una terra che presto sarebbe divenuta Stato ebraico e gli arabo palestinesi. “Il quartiere era venuto su al posto di un grande frutteto lungo il pendio di una collina da cui si vedevano i monti tutt’intorno a Gerusalemme. C’erano fichi e gelsi, melograni e viti che perennemente stormivano oppure bisbigliavano come a chiedere silenzio … Una dopo l’altra, le spartane casette di pietra vennero su tra gli alberi del frutteto. Avevano balconi con le ringhiere di ferro arrugginite, bassi muri di cinta, cancelli con una stella di David o la parola Sion applicata sopra… la gente qui non vedeva l’ora di lasciare Gerusalemme e di andare a vivere in luoghi più miti: Beit ha-Kerem, Talpiot, Rehavia. I tempi cattivi sarebbero passati…”.

3.Nel diario “Dove sta il limite” Raja Shehadeh, avvocato, impegnato da sempre nella lotta per impedire il sequestro delle terre palestinesi e per favorire il dialogo, la pace e la giustizia nella regione, racconta i suoi viaggi nei territori palestinesi e nelle maggiori città (da Tel Aviv a Jaffa) in un lungo arco temporale dal 1959 al 2013. I drammatici reportage dei blocchi stradali dell’esercito israeliano, della burocrazia inaccettabile, delle minacce spesso gratuite, dell’impossibilità di circolare liberamente negli orari preferiti, dei tantissimi divieti, oltre alla costruzione improvvisa di muri, di barriere, di strade riservate ai coloni, all’omicidio del padre, sono attenuati dal racconto sincero della profonda amicizia, anche se non facile, tra l’autore e Henry Abramovitch, un ricercatore ebreo canadese che ha scelto di vivere in Israele.
Nel concludere il volume Shehadeh afferma che se non è giusto mischiare le tragedie come la Shoah e la Nakba, è sbagliato anche utilizzare una tragedia per giustificarne un’altra, come ha fatto per anni la propaganda israeliana. La mancanza di riconoscimento per le atrocità del passato é fondamentale per ciò che sta accadendo oggi. Israele è così preoccupata dal ricordo della Nakba che nel marzo del 2011 ha approvato una legge specifica che priva dei finanziamenti statali qualsiasi ente che la commemori. La memoria quindi è un fatto politico in Israele e in Palestina. Nakba indica nella storiografia araba contemporanea l’esodo forzato di circa 700.000 arabi palestinesi dai territori occupati da Israele nel corso della prima guerra arabo-israeliana del 1948 e della guerra civile che la precedette. Ai profughi fu impedito l’esercizio del diritto di rientrare. I profughi vennero sistemati in campi gestiti dai Paesi arabi ospitanti, che tranne parzialmente la Giordania, non riconobbero a loro la nuova cittadinanza, e dalle organizzazioni internazionali. La difesa del diritto è da allora un punto fermo delle rivendicazioni politiche palestinesi nei colloqui di pace con Israele.

4.Molto interessante il saggio di Ariel Toaff “Ebraismo virtuale”. “Oggi – scrive – gli Ebrei della Diaspora, (il termine significa dispersione, specialmente di popoli, che, costretti ad abbandonare le loro sedi di origine, si disseminano in varie parti del mondo), hanno ripiegato verso un comportamento totalmente acritico e privo di stimoli. Ogni scelta politica dei governanti, infatti, diviene la loro scelta automatica ed entusiasta. Tutti i partiti di Israele in maniera intercambiabile, ma con una netta preferenza per la Destra nazionaliste fondamentalista, si trasformano nel loro partito. Toaff, dopo aver citato Fernand Braudel “lo storico deve essere in grado di prendere le distanze dai fatti che esamina, senza coinvolgimenti emotivi”, sostiene che all’ immagine vera e reale di un popolo formato da gente di “carne e ossa”, si è sostituito l “ebraismo virtuale”. Un popolo che vede nel proprio passato solo vittime innocenti non potrà mai affrontare il futuro. Un popolo che, tra mille contraddizioni ed errori, tra eroismi e viltà, ha saputo sopravvivere lasciando traccia indelebile di sé nella Storia; un popolo che ha scritto pagine luminose, ma ha firmato anche pagine oscure e poco gloriose; un popolo vivo, tutt’altro che passivo, anche quando era perseguitato, può e deve elaborare e presentare analisi e riflessioni collocate in contesti più ampi e prospettive più dilatate nel tempo. La memoria infatti non deve mai essere parziale, né selettiva, mai asservita a contingenti motivi di convenienza. Non deve servire da scusa o pretesto per non guardare al futuro con coraggio, fiducia e speranza, imparando dagli errori del passato e correggendo senza timori e timidezze quelli del presente. Se la Storia viene censurata ed è omertosa, essa diventa astratta, improbabile, popolata solo da eroi, geni, martiri e vittime innocenti dalla condotta esemplare, un “quadro celestiale” che ha poco a che vedere con la realtà di un popolo le cui vicende sono state improntate alla ricerca di difficili equilibri tra i propri principi religiosi, i condizionamenti esterni e la necessità di efficaci compromessi per sopravvivere.

1. Walter Barberis, Storia senza perdono, Einaudi, 2019, Collana vele, 153, 90 p. €12,00 disponibile in eBook

2. Amos Oz, Il monte del cattivo consiglio: racconti, traduzione di Elena Loewenthal, Feltrinelli, 2011, Collana I Narratori, 231 p. €17,00 disponibile in eBook

3. Raja Shehadeh, Dove sta il limite: attraversare i confini della Palestina occupata, Einaudi, Collana passaggi Einaudi,2019, 180 p. €17,00 disponibile in eBook

4. Ariel Toaff, Ebraismo virtuale, Rizzoli, 2019 Collana Saggi, 304 p. €12 disponibile in eBook

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