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L’inizio della filosofia occidentale

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di Francesco Roat

Il corso universitario intorno all’inizio della filosofia occidentale ‒ tenuto da Martin Heidegger nella primavera-estate del 1932, a Friburgo ‒ si situa circa agli inizi della famosa Kehre (svolta), la quale indica un passaggio cruciale dal cosiddetto primo al secondo Heidegger: ovvero dall’analisi dell’esistenza umana e della sua ontologia alla focalizzazione rispetto al problema dell’essere, che non equivale affatto all’ente o agli enti, non essendo oggettivabile e riducibile ad un obiectum, a qualcosa posto appunto davanti alla nostra intellezione. Poiché una tale idea dell’essere ‒ fatta propria a partire da Platone ed abbracciata in seguito dalla gran parte dei filosofi occidentali ‒ finisce per sostantivarlo e in definitiva per obliarlo.

Ribadiamo dunque quanto sottolinea il Nostro a chiare lettere: “Essere ed ente sono differenti ‒ e questa differenza è la più originaria che in assoluto possa darsi”. Ne consegue che occorre, secondo Heidegger, compiere quel passo indietro che ci permetta di riconsiderare quella che fu l’origine della riflessione occidentale, prima della nascita della cosiddetta metafisica. Scontato il doversi rivolgere ai presocratici: in ispecie ai pensatori della Scuola di Mileto, di Efeso e di Elea: soprattutto analizzando testi di Anassimandro e Parmenide.

Compito della filosofia, partendo da questa prospettiva, è allora quello di rievocare la pregnanza pre-concettuale delle parole maggiormente significative apparse all’origine del filosofare: analizzando termini emblematici come, ad esempio, l’apeiron anassimandreo (il principio, illimitato per grandezza e indefinito per la qualità, da cui tutto deriva), l’aletheia parmenidea (la verità quale non-occultamento/svelamento), la physis dei fisiologi ionici (che significa sì natura, ma in senso lato, quale perenne movimento di generazione e corruzione degli enti) o il logos eracliteo (la ragione/legge fondamentale di ogni cosa).

Parole oltremodo intuitive che i filosofi post-socratici misconobbero. Mentre infatti secondo Eraclito e Parmenide la filosofia esprimeva una prossimità rispetto all’essere e lo stesso pensare corrispondeva all’essere, con Platone ed Aristotele è piuttosto l’essere a venir concepito dal pensiero, finendo col dipendere/derivare quindi da quest’ultimo.  Ma come ebbe a notare successivamente Heidegger nella famosa Lettera sull’umanismo (1947), l’essere non tanto è, quanto “si dà” (es gibt), e giusto e solo poiché c’è, l’ente può darsi/farsi presente all’uomo.

Ne consegue l’occorrenza di quello che il Nostro propone come un pensiero altro, da lui detto: “il pensiero meditativo” (das besinnliche Nachdenken), che possa divenire ambito d’un disvelamento dell’essere e faccia in maniera che l’uomo abbia a divenire “il pastore dell’essere” (der Hirt des Seins). Questo nuovo modo di pensare non dovrà più, tuttavia, venire caratterizzato da una pretenziosa “domanda” (Frage) che esiga una risposta illusoriamente esaustiva/definitiva, ma dovrà privilegiare invece “l’ascolto” (das Hören).

Con queste considerazioni però siamo già oltre il testo heideggeriano che si interroga sull’inizio della filosofia occidentale, nella consapevolezza che: “l’inizio non sta più dietro di noi, alle nostre spalle, bensì sta davanti a noi in quanto compito essenziale della nostra più propria essenza”. Esse piuttosto preludono ad una fase ulteriore del pensiero del Nostro (vedi anche solo, tra gli ultimi suoi 10 testi, il breve ma indicativo scritto intitolato Gelassenheit – “L’abbandono”, del 1959), dove Heidegger ‒ che da tempo apprezza sempre più la parola poetica in quanto sommamente allusiva, metaforica, in grado di dire l’indicibile del sacro e del tutto altra dal supponente logos/discorso razionale ‒ sembra farsi quasi mistico nel caldeggiare un’apertura fiduciosa al mistero dell’esistere, tramite una felice “disposizione” (Stimmung) che ci consenta appunto, tramite l’abbandono, di rinunciare alla tracotanza (hybris) di dominio intellettuale e tecnocratico sul mondo.

Martin Heidegger, L’inizio della filosofia occidentale. Interpretazione di Anassimandro e Parmenide, Adelphi 2022, pp. 313, euro 42,00.

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