Lo Zibaldone - Recensioni
L’erba dalla parte delle radici
di Stefano Tamburini
Quello che state per leggere non è un libro che si immerge nel passato per rievocarlo, riviverlo o ammantarlo di nostalgia. Gordiano Lupi è un sapiente minatore che sa dove scavare nelle grotte dei ricordi: piccona e opera di cesello nella nuda terra dei ricordi ed estrae con sapienza pepite preziose per rinforzare le fondamenta di una comunità che è cambiata, come sono cambiate quelle nei dintorni o molto più lontano da qui.
Non si tratta certo di fermare il tempo, di cambiare il corso dell’evoluzione della società o dei modi di affrontare le varie fasi della giornata. Dopo aver rievocatol’adolescenza perduta con altri libri scritti di pugno o dati alle stampe come editore, Lupi stavolta passa oltre. E lo fa distillando ricordi per poi riproporli da sapiente sommelier in grado di riconoscere i migliori sapori dello speciale vino composto dalle uve del vigneto comune della memoria. Così dà continuità alle opere personali (i due “Amarcord Piombino” realizzati in coppia con il fotografo Riccardo Marchionni) aggiungendo qualcosa di inedito ai romanzi ambientati nella comunità locale del secolo scorso. Stavolta Lupi ci regala una piacevole ricerca fra i “modi di dire”, sulle parole che qui – e anche nelle zone limitrofe, nella Val di Cornia, nell’Alta Maremma e all’Isola d’Elba – sono diventate mattoni di una casa comune, alla quale aggiunge nuovi intonaci fatti di parole e “modi di dire” di fresco conio, contaminazioni di genti venute da vicino e da lontano, così come era avvenuto nel secolo scorso. E così come oggi non siamo quasi più in grado di dire se quelle parole di allora erano nate qua o erano state importate, lo stesso probabilmente potranno fare quelli che recupereranno questi libri da scaffali polverosi o da archivi digitali e si troveranno di fronte i linguaggi dell’epoca attuale.
Questo libro – che è un po’ archeologia lessicale e al tempo stesso ricerca sociologica – ha il pregio di essere scritto con gli occhi di oggi e non con quelli di allora. Quasi prendendo per mano il lettore, l’autore spiega con certosina meticolosità la genesi a chi non ha vissuto lo scaturire di “modi di dire” che oggi si trova di fronte quasi ogni giorno. E pazienza se l’intercalare della nuova epoca non è più esattamente quello del “Parlavamo alla piombinese” che dà il titolo al libro. In ogni caso, molto gli va vicino e conserva le sue originalità.
Dunque questo è un libro utile non solo per chi è piombinese, maremmano, elbano o di uno dei paesi della Val di Cornia, perché regala elementi di conoscenza anche a chi da queste parti viene in vacanza o è curioso di conoscere l’evoluzione di usi e costumi.
Certo, per chi è in su con gli anni sarà più facile avere qualche brivido di nostalgia nel sentirsi spiegare (anche se magari lo sa già) perché qui sull’orologio non sono mai le 13 e neanche l’una ma “il tocco”; perché le ragazze e i ragazzi di quegli anni non conoscevano il significato di limonare o pomiciare perché usavano “treppicare” (anzi “treppica'”) e “ciucciare”. Oppure perché per dire che volevano avviarsi verso casa o chissà dove partiva l’invito “saddiddandà”, rigorosamente tutto attaccato. E in molti si stupiranno nel sapere che la mortadella la chiamavamo melone e il melone era il popone, anzi lo è ancora. E anguria hanno cominciato a dirlo, in pochi, fra quelli venuti da lontano, perché qui si chiama ancora cocomero. Da queste partiper parlare di sabbia laparola giusta è rena, la sedia i più anziani la chiamano ancora “sieda” e la candeggina qui si chiamava acquetta e fra i più anziani la definizione è ancora in voga. A Piombino non si va a buttare la spazzatura nel cassonetto ma nel cassonetto si porta “il sudicio”. Adesso, poi,”eramo” non lo dice più nessuno ma molti di noi quando andavano alle elementari se la prendevano con la maestra perché – contagiati dai nostri padri e dai nostri nonni – al posto di “eravamo” scrivevano “eramo”, perché in casa lo avevano sempre sentito dire così. E trovando la correzione sul quaderno le prime volte eravamo convinti che a sbagliare fosse la maestra.
E poi, diciamolo forte e chiaro, a noi di Piombino non ci è mai piaciuto per niente (anzi, “garbato punto”) che ci confondessero con i livornesi. Non che i pisani ci andassero più a genio ma in fondo per noi la Baciocca non è mai morta e il Principato esiste ancora e Livorno è un’altra cosa, lontana e diversa: loro si riempiono di ponci, nei nostri bar se ne fanno due o tre all’anno è già tanto.
E finché si fa per sorridere va anche bene pensare all’eternità della Baciocca. Il problema è che in molti sono stati convinti da una propaganda consunta – la stessa del “dove c’è fumo c’è pane” e del “se non puzza non è lavoro” – che il Principato dell’Acciaio potesse essere eterno. Anzi, ci sono quelli che sono ancora convinti che le promesse mai mantenute un giorno o l’altro possano diventare realtà e che prima o poi il ferro torni a dettare i ritmi dell’economia locale. Ma qui si entra in un altro campo e Gordiano Lupi prima o poi probabilmente penserà anche a un libro su questa prigionia del passato. Che è cosa molto diversa dalla lievità dei suoi libri. Non leggerezza, perché sono molto profondi. Quelli di Lupi sono scritti che guardano l’erba dalla parte delle radici. Non ci sono alberi genealogici da ricostruire come nel romanzo di Alex Haley e non c’è nessun Kunta Kinte, figlio di Omoro, a rappresentare un passato complesso.Qui c’è la gioiosità di un contesto perduto, trasformato, con i modi di pensare che originavano neologismi, detti e frasi irridenti o seriose. Che poi sono arrivate in gran parte fino ai nostri giorni, erba raccolta strappando talvolta radici destinate a diventare un tutt’uno con il terreno, concime per un mondo nuovo che perde i suoi riferimenti.
L’autore di questo libro ha raccolto pazientemente quelle radici, le ha catalogate e ne ha fatto un gioioso museo fatto di parole che diventano zucchero per rendere più appetibili vecchie bevande che si palesano come appena fatte, versate in quello speciale bicchiere che si chiama conoscenza. E lo fa con toni gentili, in certi momenti quasi neutri, perché c’è la giusta dose di orgoglio che non sfocia mai nella pretesa di dipingere questi luoghi e queste genti migliori delle altre che vivono lontano. L’orgoglio di passare le giornate nel bello non diventa mai pretesa di essere circondati da qualcosa di unico, che altri non hanno. C’è invece la piena consapevolezza di un’evoluzione che non è stata decisa a tavolino ma ha seguito la forza del pensiero, del riproporsi giorno dopo giorno nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nei mercati, nelle scuole e sulle spiagge. E non emerge mai il confronto competitivo, non troverete mai qualcosa che somigli a un “ai miei tempi però…” o “si stava meglio quando si stava peggio”. La nostalgia, semmai dovesse emergere nel lettore, non potrà mai tramutarsi in rimpianto a meno che non si riferisca alla gioventù perduta.
Ecco, se proprio devo definire questo libro nel modo più semplice possibile, lo potrei presentare come un ponte tra epoche diverse per aiutare a comprenderle meglio, per conoscere il passato e apprezzarecon efficacia il presente. Un ponte da percorrere a passi lenti, immersi in una lettura che vi porterà in un mondo che potreste aver vissuto direttamente o solamente abbracciato attraverso i ricordi di genitori, nonni o bisnonni. Per poi tornare indietro e sentirvi più ricchi, non in senso materiale ma di quella opulenza fatta di consapevolezza.
Stefano Tamburini
(scrittore e giornalista, già direttore di Corriere Romagna,
la Città di Salerno, Il Tirreno e agenzia giornalistica Agl)


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