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Lo Zibaldone - Recensioni

Le icone della legge

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di Francesco Roat

In Le icone della legge Massimo Cacciari affronta con la sua consueta intensità speculativa il nodo drammatico del rapporto fra potere, diritto e fondamento trascendente, interrogando le figure simboliche attraverso le quali la tradizione occidentale ha tentato di pensare la legge. Non è un libro di diritto positivo, né un saggio di filosofia del diritto nel senso accademico del termine: si tratta piuttosto di una meditazione teoretica e teologica insieme, che si muove ai confini tra filosofia, ermeneutica biblica e riflessione politica, chiamando in causa categorie e immagini che appartengono alla storia della rivelazione e al suo intreccio con il pensiero europeo. Il titolo stesso annuncia la prospettiva: la legge non è riducibile a un insieme di articoli o norme, ma si manifesta come icona, ossia come figura che rinvia a un fondamento che non può mai essere interamente detto.

L’icona è un simbolo che partecipa di ciò che raffigura e che, nel caso della legge, rivela la sua origine eccedente e misteriosa. La legge, nell’esperienza biblica, non nasce come semplice regolazione sociale, ma come dono che fonda un popolo, come parola che convoca e plasma una comunità. Essa appare così intimamente legata al sacro, e tuttavia è sempre esposta al rischio della riduzione idolatrica: la tentazione di scambiare la lettera per lo spirito, di confondere l’esteriorità del codice con l’alterità divina che lo ispira. Cacciari insiste su questa tensione costitutiva, mostrando come la legge non possa mai essere neutra, né totalmente razionalizzata, perché porta con sé la memoria di un’origine che appunto la eccede.

È questa memoria a costituire il suo carattere di icona: la legge indica e vela insieme, fonda e al tempo stesso inquieta. Proprio su questa ambiguità si gioca gran parte della vicenda della modernità. Da un lato, la politica e il diritto hanno cercato di emanciparsi da ogni fondamento teologico, rivendicando l’autonomia della legge come pura positività. Dall’altro, però, permane una domanda di legittimazione che nessuna costruzione normativa sembra in grado di soddisfare pienamente. Il diritto positivo, se dimentica la sua icona, scivola in formalismo sterile o diventa puro strumento di potere. La legge rischia allora di degenerare in volontà di dominio, in decisione arbitraria, o al contrario in burocrazia senza anima, incapace di tenere insieme il tessuto comunitario.

La riflessione di Cacciari non è un invito a restaurare una qualche forma di autorità di carattere religioso o teocratica: al contrario, essa chiama a una coscienza critica e vigile della dimensione simbolica e trascendente che abita la legge. Custodire la memoria della sua icona significa riconoscere che nessun ordine giuridico è autosufficiente, che ogni legge positiva rimane esposta a un giudizio che la oltrepassa, che il diritto non può chiudersi in se stesso senza perdere la propria legittimità. In questo senso il libro si colloca nel solco più profondo della tradizione teologico-politica occidentale, dialogando con la teologia negativa, con la mistica cristiana, con pensatori antichi e moderni che hanno tematizzato la crisi del fondamento.

Lo stile di Cacciari, denso e allusivo, richiede al lettore un certo impegno: non si tratta infatti di un saggio divulgativo, ma di una meditazione che chiede di essere seguita come un percorso, spesso arduo, attraverso testi e immagini che non lasciano indifferenti. Il premio di questa fatica è però la possibilità di intravedere la legge in una luce nuova: non come apparato freddo e impersonale, ma come istituzione che conserva in sé una dimensione misterica e simbolica, essenziale per la sopravvivenza stessa della convivenza civile. In un’epoca segnata dalla crisi delle istituzioni, dal sospetto verso ogni autorità e dalla tentazione del relativismo normativo, Cacciari ci invita a ripensare la legge non come semplice imposizione esterna, ma come icona che orienta e custodisce, come segno che ci ricorda il limite intrinseco di ogni potere umano.

Non ci sono soluzioni facili in queste pagine, né consolazioni: vi è piuttosto un richiamo severo e appassionato a non dimenticare che la legge, se vuole restare giusta, deve riconoscere di non essere mai la fonte ultima di se stessa. Le icone della legge è dunque un libro esigente ma necessario, che parla tanto al filosofo quanto al giurista, al teologo come al cittadino, perché ci obbliga a misurarci con l’enigma del fondamento e con la responsabilità che nasce dal custodirne l’icona nel cuore delle nostre istituzioni.

Massimo Cacciari, Le icone della legge, Adelphi, pp. 361, euro 34,00.

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