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Laura Pepe, Storie meravigliose di giovani greci

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“Storie meravigliose di giovani greci” di Laura Pepe, saggio bello e scritto con grande chiarezza che lo rende adatto a un pubblico vario non soltanto avvezzo alla storia e al mito greco, comincia con la potente personalità di Achille e con lui termina. Dopo un capitolo introduttivo su cosa bisogna intendere  per giovinezza nella Grecia antica e la contrapposizione con la presunta saggezza della vecchiaia, l’Autrice arriva subito al centro della sua trattazione. I grandi poemi come l’Odissea e l’Iliade di Omero, le tragedie di Eschilo e Sofocle e la storia gloriosa delle pòleis greche ci presentano figure di giovani, sia di sesso maschile che femminile, che hanno segnato in vario modo la letteratura, la storia e la società di quel tempo. Di più. Hanno ancora molto da dire a noi del terzo millennio in questi tempi di imbarbarimento morale e di decadimento intellettuale. Nella prima parte vengono esaminati due giovani che più diversi non potrebbero essere: Achille e Telemaco. Omero li mette al centro dell’Iliade e della prima parte dell’Odissea. Il Pelide Achille noto a tutti per la sua “ira funesta” è l’esatto contrario del rassicurante e obbediente ma anche poco temerario e autorevole Telemaco che nulla sembra avere ereditato del carattere del padre, Odisseo o Ulisse se si preferisce. Sono due archetipi di giovani di ogni tempo messi a confronto. La seconda parte del saggio invece coglie dalle mirabili tragedie i suoi protagonisti: Oreste e una fanciulla molto giovane, probabilmente quattordicenne, Antigone. Il primo è l’eroe nel bene e nel male dell’Orestea di Eschilo, unica trilogia che ci è pervenuta interamente. La seconda dà il suo nome alla tragedia di Sofocle. Siamo nel mito che diviene dramma cioè azione seguendo il significato della parola greca. Questi personaggi del mito ci interrogano ancora oggi: Oreste, Antigone, Medea, Edipo, ecc. ci parlano delle loro debolezze che sono ancora oggi le nostre, dei loro dubbi che affliggono ancora pure noi. E le risposte che loro danno valgono per la nostra società come per la loro. Antigone e Oreste in particolar modo ci fanno affrontare a 2500 anni di distanza il perenne dibattito tra giustizia e legge. Infatti non vi è chi non veda che i due concetti non sono uguali. E la giustizia quando può dirsi giusta? Nella terza parte Laura Pepe ci immette nella storia trattando di due personaggi, il primo conosciutissimo al grande pubblico, l’altro meno: Alessandro e Alcibiade. Il secondo chiamato giovane in senso dispregiativo anche quando non lo era più per le sue intemperanze, i suoi eccessi, il suo essere sempre ribelle e destabilizzante. La sfrenata ambizione e l’altrettanto sfrenato egoismo ne offuscarono inevitabilmente le doti politiche. Di Alessandro Magno si è detto di tutto e di più. Pepe ne mette opportunamente in evidenza i tratti, e sono molti,  che lo accomunano ad Achille che lui particolarmente apprezzava. A metà del saggio un gradevole intermezzo sull’amore perché non c’è giovinezza senza passione amorosa e struggimento del cuore. Così leggiamo di Pentesilea, Deidamia, Briseide: amori di Achille che però soprattutto amò Patroclo anche se nulla di chiaro viene detto in tal senso in Omero. Ma ciò non vuol dire che Patroclo fu soltanto un compagno per Achille come molto più tardi sostenne sbagliando Senofonte. I meravigliosi versi di Saffo e poi quelli di Mimnermo, Anacreonte, Teognide sono un inno all’amore etero o omosessuale che sia perché l’unica cosa che conta è lasciarsi prendere da Eros il dio “che scioglie le membra”.

 

ANNA  TRAPANI

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