Poesia
La parola stupefatta di Andreotti
Pur ritornando a una ritualità del quotidiano, a una costellazione di gesti ricorrenti con una serie di colpi a vuoto di caproniana memoria, non emblemizza ne crocifigge le piccole cose, bensì affranca il lettore dalla loro finitezza. Diversamente dall’ammirato Guy Goffette in Eloge pour une cuisine de province (1988), tradotto da Chiara De Luca per le Edizioni Kolibris nel 2013, Andreotti continua a rifiutare con rigore l’identificazione tra l’io e la funzione che attribuisce agli strumenti ordinari, alle appendici delle sue abitudini, e va oltre. A Goffette manca la dimensione meditativa, che invece è intensa e preponderante nell’opera di Yves Bonnefoy e in quella del ferrarese; entrambi sono inscrivibili, con risultati ovviamente differenti, al pensiero poetante approfondito da Antonio Prete in svariati contesti. Nella produzione di Bonnefoy il linguaggio tende alla parola poetica come spazio indispensabile, ma senza rinunciare ad approssimarsi alla materialità delle cose, specie «quando la luce si fa gialla foglia, / bianco sasso, dettaglio del buio / oscurarsi, del tenue inscurirsi / dell’ombra in impalpabile sostanza…» (p. 77).
Già dal titolo che riporta un frammento di Kathleen Jamie, la raccolta di Andreotti non racconta, non crea mondi paralleli a quello attuale, bensì attualizza la funzione epidittica con cui fu concepita la poesia stessa nell’antichità classica, esponendo valori condivisi e richiamando il lettore a una netta posizione morale: «Così ti basta sollevare gli occhi, / lasciarti prendere, lasciarti perdere» (p. 66). In questa nuova prova in versi il rapporto tra l’io e la collettività si rivela il metro fondamentale con cui il poeta misura la sua esistenza in mezzo a quelle altrui, ma senza i deliri narcisistici a cui sono inclini svariate penne contemporanee, «giusto il tempo di una grazia» (p. 74). (Matteo Bianchi)