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Lo Zibaldone - Recensioni

Il cuore della preghiera – Lo splendore dell’essere

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di Francesco Roat

Rupert Spira propone ai lettori due testi di meditazione spirituale ispirati all’Advaita Vedānta, accomunati dall’intento di ricondurre l’essere umano alla consapevolezza originaria di sé, anteriore alla molteplicità dei pensieri, delle emozioni e delle esperienze. Non si tratta di conquistare una condizione spirituale superiore, né di raggiungere una meta lontana, ma di riconoscere ciò che siamo da sempre, al di là dell’identificazione con l’io individuale. La felicità e la pace, secondo Spira, non sono risultati da conseguire attraverso il soddisfacimento dei desideri, bensì dimensioni costitutive della nostra natura più profonda.

Il nucleo dell’insegnamento è semplice e, nella sua essenzialità, suggestivo: occorre distogliere l’attenzione dagli oggetti dell’esperienza per rivolgerla alla consapevolezza che li rende possibili. In questa prospettiva, anche la preghiera viene sottratta a una concezione meramente devozionale o strumentale: non è tanto una richiesta rivolta a un Dio concepito come distinto da noi, quanto un progressivo abbandono della separazione tra colui che prega e la realtà ultima. Il divino non è più qualcosa da cercare altrove, ma si lascia riconoscere come la profondità stessa dell’essere. La ricerca spirituale si compie così in un paradossale non-agire: ossia non acquisire qualcosa che ci manca, ma riconoscere ciò che siamo.

È un’intuizione che può favorire un autentico raccoglimento interiore e che possiede il merito di mettere in discussione l’irrequietezza di una coscienza continuamente proiettata verso il futuro, persuasa che la propria realizzazione dipenda sempre da qualcosa di ancora da raggiungere. Spira invita invece a sostare nell’esperienza immediata dell’essere, senza lasciarsi interamente assorbire dal flusso dei contenuti mentali. Il suo linguaggio, limpido e accessibile, rende comprensibili anche a un lettore non specialista temi che appartengono a una lunga tradizione contemplativa.

Il limite maggiore del libro, tuttavia, coincide con il suo stesso punto di forza: l’insistenza su un nucleo dottrinale estremamente circoscritto. La consapevolezza pura, la natura non separata dell’essere, l’illusorietà dell’io individuale e la felicità come dimensione originaria della coscienza costituiscono, con variazioni minime, i motivi ricorrenti dell’intera trattazione. L’autore torna su di essi a ogni piè sospinto, riproponendoli attraverso immagini, analogie e riformulazioni che non sempre aggiungono qualcosa di sostanziale a quanto già affermato. La reiterazione, certamente funzionale a un insegnamento contemplativo ‒ che non mira soltanto a comunicare concetti, ma anche a favorire un’esperienza interiore ‒ rischia però di trasformarsi in ridondanza. Ciò che vorrebbe essere approfondimento si risolve talvolta in una successione di variazioni sul medesimo tema.

Ne deriva una certa monotonia argomentativa. Il lettore può avere l’impressione che, una volta esposto il principio fondamentale, il discorso fatichi a procedere verso questioni nuove o a misurarsi con difficoltà teoriche più complesse. Rimangono sullo sfondo, per esempio, le differenze tra le diverse concezioni del sé elaborate dalle tradizioni indiane, così come le difficoltà filosofiche implicate dall’identificazione tra coscienza individuale e realtà assoluta. Anche il rapporto tra questa consapevolezza originaria e la concretezza dell’esistenza, con le sue contraddizioni, i suoi condizionamenti e le sue responsabilità, avrebbe meritato una trattazione più articolata.

Si avverte inoltre una certa tendenza a presentare l’intuizione non duale come una risposta capace di oltrepassare le opposizioni della coscienza ordinaria, senza sempre interrogare fino in fondo le questioni che ne derivano. Ma affermare che la separazione tra soggetto e oggetto sia, in ultima istanza, illusoria non equivale ancora a chiarire in che modo debba essere intesa tale illusorietà, né quali conseguenze essa comporti sul piano della conoscenza e dell’esistenza. La semplicità dell’esperienza contemplativa non coincide necessariamente con la semplicità della sua interpretazione filosofica.

Rupert Spira, Dimorare nel sé. Il cuore della preghiera – Lo splendore dell’essere, Astrolabio-Ubaldini, pp. 192, euro20,00

 

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