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Catturare la luce, liberare lo sguardo: il viaggio di David Hockney nel mondo delle immagini

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di Lorenzo Pompeo

Circa un mese fa, l’11 di giugno, è scomparso a Londra David Hockney, alla veneranda età di 88 anni. Insieme a lui ci lascia uno degli ultimi giganti capaci di attraversare e influenzare l’arte a cavallo tra due secoli. Pittore, designer, incisore, fotografo, costumista e scenografo, Hockney, nella sua lunga e prolifica vita, non ha mai smesso di sperimentare, di indagare, di aprire nuove strade. Malgrado i percorsi intrapresi fossero diversi, così come le tecniche e i mezzi di cui si è servito, al centro della sua attività vi è sempre stata la pittura, la raffigurazione della realtà, osservata da diversi punti di vista: dai paesaggi monumentali alle nature morte, dai ritratti alle composizioni. La sua fama presso la cerchia di pubblico più vasta è legata ai celebri ritratti del periodo californiano, le famose “piscine”, che possono essere considerate a tutti gli effetti l’apice della sua creazione, il momento di sintesi in cui il pittore riuscì a trovare una cifra stilistica unica: in essa, la pittura del Novecento – dai colori puri dell’espressionismo alla Nuova Oggettività, dalle figurazioni di giganti britannici come Bacon e Lucian Freud fino alla feroce ironia della Pop Art – veniva riproposta in una chiave completamente nuova e personale. Ma limitare a questa a questa fase luminosa l’intera sua creazione artistica sarebbe forse riduttivo. C’è stato molto altro e molto di più.
Nato a Bradford, nel West Yorkshire, Hockney era il quarto di cinque figli di Laura e Kenneth Hockney. Fu proprio il padre – figura eccentrica, radicale e obiettore di coscienza durante la seconda guerra mondiale – a trasmettergli quel profondo spirito di indipendenza che avrebbe segnato tutta la sua carriera. La sua formazione artistica si snoda prima al Bradford College of Art e poi, tra il 1959 e il 1962, al prestigioso Royal College of Art di Londra.
La capitale britannica è in quel momento un epicentro di straordinario fermento culturale. È proprio in questi anni che Hockney partecipa alla celebre mostra Young Contemporaries, l’evento, rimasto nella storia, che preannuncia con clamore l’arrivo della Pop art britannica. Pur venendo ufficialmente catalogato all’interno di questo neonato movimento, il giovane Hockney mantiene una sua spiccata singolarità: i suoi lavori giovanili fuggono le categorizzazioni e mostrano un forte carattere espressionista, che guarda da vicino alle visioni inquiete e carnali di Francis Bacon.
Ma la svolta internazionale si compie nel biennio successivo. Nel 1964, attratto dalle suggestioni letterarie e visive della costa occidentale americana, Hockney compie il suo primo viaggio a Los Angeles. Lo shock culturale e la folgorazione per la luce californiana si traducono immediatamente in una radicale evoluzione tecnica e formale: l’abbandono dell’olio a favore dell’acrilico, medium perfetto per restituire la piattezza e la brillantezza dei paesaggi e delle architetture moderne.
A fine settembre del 1964, la Alan Gallery ospita la sua prima mostra personale americana, le cui opere vanno vendute in pochissimo tempo. Contemporaneamente, il MoMA espone la sua serie di incisioni A Rake’s Progress, una rivisitazione satirica e autobiografica dell’opera di Hogarth applicata alle sue prime disavventure americane. Sulle colonne del New York Times, il critico Stuart Preston lodò il suo spirito ‘arguto, ironico e audacemente letterario’, segnando così l’ingresso ufficiale di Hockney nell’élite artistica d’oltreoceano.
Il trasferimento definitivo a Los Angeles segna anche l’inizio di un rapporto profondo e innovativo con la fotografia. Inizialmente, a partire dalla fine degli anni Sessanta, Hockney utilizza la macchina fotografica come un semplice taccuino di appunti visivi: scatta istantanee di interni, amici e riflessi d’acqua come promemoria per le sue composizioni pittoriche. La vera svolta artistica si compie però nel 1982, quasi per caso, nella sua casa californiana. Nel tentativo di fotografare il proprio salotto con un grandangolo per un nuovo dipinto, l’artista rimane deluso dalle distorsioni dell’obiettivo. Decide allora di mappare la stanza scattando decine di Polaroid ravvicinate da diverse angolazioni. Accostando i vari segmenti di pellicola, Hockney si rende conto di aver creato una forma d’arte autonoma: nascono così i suoi celebri joiners (fotocollage). Questa tecnica di frammentazione dell’immagine, applicata poi a paesaggi monumentali e ritratti, gli permette di scardinare la prospettiva fissa della fotografia tradizionale per approdare a una visione quasi cubista, capace di catturare il movimento dell’occhio umano nello spazio e nel tempo.
Parallelamente alla pratica sul campo, Hockney sviluppa negli anni una prolifica attività di ricerca teorica, che lo porta a indagare i meccanismi stessi della visione e della rappresentazione nella storia dell’arte. Secondo Hockney molti dei grandi maestri del passato – tra cui Caravaggio, Velázquez e Vermeer – si sarebbero serviti, già a partire dal Rinascimento, di ausili ottici come la camera oscura, la camera lucida e specchi concavi per proiettare le immagini sulle tele e ottenere quella sorprendente accuratezza fotorealistica nei dettagli e nelle proporzioni.
Queste riflessioni trovano una sintesi matura nel volume Una storia delle immagini, in cui l’autore supera i tradizionali confini accademici per dimostrare come la pittura, la fotografia, il cinema e la grafica digitale non siano discipline separate, ma appartengano a un unico percorso: il tentativo millenario dell’uomo di rappresentare lo spazio tridimensionale su una superficie piatta.
Proprio in questa visione si racchiude il senso profondo della sua eredità. Per Hockney, indipendentemente dall’evoluzione dei mezzi tecnologici – dal pennello alla Polaroid, fino agli schermi digitali –, ogni immagine rimane innanzitutto un atto intellettuale e psicologico, il risultato di un modo unico di osservare e interpretare il mondo che appartiene solo ed esclusivamente al genere umano.

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