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Lo Zibaldone

Adriano Panatta, settant’anni tra racchette e libri

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Dai successi sulla terra rossa del 1976 a quelli editoriali (il suo Il tennis l’ha inventato il diavolo è in finale al premio Bancarella sport), l’ex tennista romano ci ha confessato aneddoti sul suo passato e progetti per il futuro.

di Paolo Valenti

È così Adriano Panatta celebra il traguardo dei settant’anni. L’idolo che nel 1976 fece impazzire Roma, conquistò Parigi e vinse la Coppa Davis davanti agli occhi di Pinochet, oggi è un uomo che non ha smesso di guardare avanti, tra nuove attività imprenditoriali e la stesura di libri come Il tennis l’ha inventato il diavolo, arrivato in finale nel premio Bancarella sport. Lo abbiamo intervistato per parlare di passato e di futuro, dei personaggi che ha voluto ritrarre nei suoi libri e del suo modo di sfogliare i capitoli di una vita intensa e priva di recriminazioni.

Adriano, possiamo dire settant’anni e non sentirli?
Sto bene, me la cavo ancora abbastanza bene. Diciamo che non mi sento così vecchio, ecco.

Preferisce guardare tutte le belle cose che ha fatto finora oppure i progetti che vuole ancora realizzare?
Preferisco guardare avanti, non c’è dubbio. Non guardo mai indietro.

Guardando avanti, cosa le sta particolarmente a cuore?
Il Club che ho comprato a Treviso. È una bella avventura: un grosso impianto, un’azienda a tutti gli effetti, non un piccolo circolo a conduzione familiare, che va gestita in una certa maniera. Abbiamo tennis, paddle, palestra, spa, club house, ristorante, piscina. È una struttura a tutto tondo, non solo per tennisti.

Mi permetta comunque di voltarci per un attimo indietro: c’è qualcosa che avrebbe voluto fare diversamente nella sua vita?
Si, forse due o tre milioni di cose, però non ho nessuna recriminazione, nessun problema a confrontarmi col mio passato, anzi. Direi che mi è andata abbastanza bene, sono una persona fortunata.

Nel 1976 è stato il re del Foro Italico. Riesce a raccontare che emozioni provò in quei giorni?
In realtà era cominciata male, quasi perdevo al primo turno: salvai undici match point (contro l’australiano Kim Warwick, ndr), fu quasi un miracolo. Poi le cose andarono in discesa e, una volta giunto in finale, sentivo che era l’anno buono per vincere pur se dovevo incontrare un giocatore fortissimo come Vilas, che all’epoca era tra i primi tre al mondo.

Da qualche tempo non vive più a Roma. Com’è cambiato il suo rapporto con la città eterna?
In realtà ci vado meno di prima ma continuo a frequentarla. Ora vivo a Treviso ma ho ancora degli interessi nella capitale. Treviso è una città più a misura d’uomo, molto civile e ben organizzata, una città dove si vive bene, oltretutto molto carina. Roma è una metropoli con tutti i suoi problemi che non sta a me elencare.

L’ha appagata di più vincere la Coppa Davis, il Roland Garros o gli Internazionali d’Italia?
Il Foro Italico è stata la vittoria più significativa dal punto di vista sentimentale mentre il Roland Garros la più importante dal punto di vista storico. Al Foro Italico ci sono nato, lì ho fatto la prima scuola tennis per cui vincere il torneo sugli stessi campi è stata una cosa molto bella. La Coppa Davis fu la conclusione di un bellissimo percorso fatto coi miei compagni insieme a Mario Belardinelli, che era il nostro maestro. Ovviamente senza nulla togliere a Nicola Pietrangeli, che era il capitano. Noi avevamo un affetto filiale nei confronti di Belardinelli, era come un secondo padre. La vittoria in Cile fu, per noi e per lui, la conclusione di un percorso di vita.

Tra le molteplici cose fatte, ha firmato anche diversi libri. Ne “Il tennis è musica” racconta tanti aneddoti dei suoi colleghi-avversari degli anni 70. Chi era il più stravagante di tutti?
Direi che Ilie Nastase è stato un bel personaggio, un mattarello. Era uno che cercava di prendere per i fondelli un po’ tutti ma fondamentalmente era un ragazzo buonissimo, con un cuore d’oro.

Cosa mi racconta di Vitas Gerulaitis?
Anche lui era un bravissimo ragazzo: amava il lusso, il glamour ma era fondamentalmente molto semplice e perbene. Era affascinato dal mondo newyorkese, amava le Lamborghini e le barche off-shore.

Vuole raccontarci uno degli aneddoti riportati nel libro?
Più che gli aneddoti mi fa piacere parlare di uno dei personaggi che ho amato di più: Arthur Ashe. L’ho apprezzato nella sua rigidità, nella sua calma flemmatica. Un uomo da cui ho imparato molto: di un’educazione assoluta, molto rigoroso anche se sapeva essere spiritoso al momento giusto. Peraltro il primo nero a vincere a Wimbledon. Aveva un’eleganza incredibile, davvero un bel personaggio.

Lei e Borg giocavate in modo completamente diverso. Fuori dal campo che punti in comune avevate?
Nessuno, assolutamente nessuno. Forse è per questo che eravamo così amici.

Chi è l’avversario che ha stimato di più?
I vecchi australiani: Laver, Rosewall, Newcombe. Poi, logicamente, Borg, che per sconfiggerlo dovevi ammazzarlo. Anche Connors era molto difficile da battere, Mc Enroe era un talento pazzesco. Comunque ce ne sono stati tanti.

E quello che non ha reso per quanto valeva?
Non ce ne sono: queste per me sono favole. Se qualcuno non ha potuto vuol dire che non ce la faceva. Quando si dice che a un tennista manca la testa, o il fisico, vuol dire semplicemente che non ce la fa.

Il tuo libro più recente si intitola Il tennis l’ha inventato il diavolo. Perché?
È una frase che dissi io qualche tempo fa per descrivere il nostro sport che, in effetti, ha qualcosa di diabolico visto che fino all’ultima palla da giocare non si può essere sicuri di avere vinto anche se si è in vantaggio 6-0, 5-0, 40-0. Quando sei in partita stai da solo, non c’è un allenatore in campo e nessuno ti può dire niente.

È lo sport più difficile dal punto di vista mentale?
Non è il più difficile. A livello mondiale tutti gli sport sono difficili ma il tennis è il più complicato.

Il tennis oggi la appassiona ancora?
Abbastanza poco. Lo guardo solamente se qualcuno mi stupisce. Oggi chi mi stupisce dal punto di vista tecnico è Federer, dal punto di vista dell’intensità e della lotta è Nadal e dal punto di vista fisico Djokovic. Mi piace vedere giocate anche Tsipras. Per il resto ci sono giocatori fortissimi che però non mi stupiscono perché dopo un game so già quello che fanno. Federer no, è un’altra cosa.

Lei è davvero così leggero nello sfogliare i capitoli della vita come sembra dalle risposte che rilascia?
Non vorrei che questo si potesse confondere con la superficialità. Credo solo che sia il mio modo di essere: a me la cosa che piace di più è sdrammatizzare, avere quel sano cinismo romano. Sono fatto così. E poi mai prendersi troppo sul serio perché è la cosa più stupida che si possa fare.

 

 

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