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Vivono. Arte e affetti HIV e AIDS in Italia. 1982-1996

“STOP AIDS, PREVENZIONE”, Centro di documentazione “Flavia Madaschi” – Cassero LGBTQI+, Bologna / Foto di Marco Sanna, Fondo Marco Sanna – Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Roma. Elaborazione grafica dell’immagine: Axis Axis
Vivono. Arte e affetti HIV e AIDS in Italia. 1982-1996, a cura di Michele Bertolino, al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato dal 4 ottobre 2025 al 10 maggio 2026
di Lorenzo Pompeo
Accompagnata da una approfondita pubblicazione che funge da appendice alla mostra, raccogliendo saggi e documenti sul tema in questione, rappresenta un evento fondamentale nel panorama museale e storiografico italiano. L’iniziativa si distingue infatti per essere la prima mostra istituzionale italiana dedicata esclusivamente alla ricomposizione della storia dimenticata delle artiste e degli artisti italiani colpiti dalla crisi HIV/AIDS. Il periodo cronologico selezionato, che si estende dal 1982 — anno della prima segnalazione di AIDS conclamato in Italia — al 1996 — momento di introduzione delle terapie antiretrovirali (HAART) — è cruciale. Questo intervallo di quattordici anni fu caratterizzato da profonda vulnerabilità, dall’assenza di cure efficaci e da un clima di intensa stigmatizzazione sociale. La scelta di marcare questo periodo mira a restituire l’urgenza e la drammaticità di quel tempo, in cui un silenzioso stigma sembrò in grado di cancellare le conquiste del movimento LGBT (si pensi, ad esempio, alle tappe fondamentali di quel periodo: il primo gay pride nel 1970 negli USA, le contestazioni pubbliche al ‘Congresso internazionale sulle devianze sessuali’ a Sanremo nel 1972 da parte di esponenti del nascente movimento LGBT, la rimozione dell’omosessualità dalla lista dei disturbi mentali da parte dell’American Psychiatric Association nel 1973, l’elezione di Harvey Milk, uno dei primi funzionari pubblici gay, a San Francisco nel 1977, il quale però, l’anno successivo, fu vittima di un clamoroso attentato, la depenalizzazione di ‘atti omosessuali’ avvenuta in Inghilterra nel 1967, ma estesa a Scozia nel 1980 e in Irlanda del Nord nel 1982). Malgrado la società italiana avesse dimostrato, nel corso degli anni ‘70, un graduale e sostanziale cambiamento nella percezione dell’omosessualità a seguito della ‘rivoluzione sessuale’ avviata dal ‘68, la scoperta dell’HIV riportò alla ribalta, in modo più spesso celato, il suo nesso con una malattia dall’esito per lo più mortale.
La mostra è il risultato di un’estesa ricerca finanziata dal MIC sui materiali d’archivio di artisti italiani deceduti a causa dell’AIDS, raccolti in diverse città come Torino, Roma, Carrara, Bologna, Palermo e Milano. Il percorso espositivo è concepito come un “puzzle” che integra opere visive con poesie, paesaggi sonori, video e materiali d’archivio e memorie personali. Questa strategia espositiva suggerisce che la curatela adotta una prospettiva che privilegia la testimonianza soggettiva e la ricostruzione emozionale, ritenute essenziali per recuperare la ‘vulnerabilità di quel periodo’.
L’obiettivo non è semplicemente catalogare la produzione artistica, ma riportare alla memoria un immenso patrimonio di vite, memorie e testimonianze di un’epoca sofferta. L’arte prodotta in Italia in quel periodo, in assenza di un forte indirizzo politico “ufficiale” (da parte delle autorità si preferì un “rumoroso silenzio”), si è canalizzata nella fenomenologia del dolore privato e della testimonianza corporea e poetica. La mostra celebra questa resistenza affettiva dedicando tre sale monografiche a figure centrali la cui opera integra “poesia, immagine e corpo”. Il palermitano Nino Gennaro (1962–1994) è riconosciuto come un “pioniere queer”, la cui arte e vita sono state una testimonianza di una “umanità tanto ‘esclusa’ quanto vitale e creativa”. Il suo lavoro è fondamentale per mappare la scena queer e la sua produzione creativa, sebbene interrotta precocemente dalla malattia 4, ha lasciato un patrimonio immenso di memorie.
La bolognese Patrizia Vicinelli (1943–1991) è presentata quale esempio di come l’esperienza della malattia si sia tradotta in una nuova forma espressiva. Nelle sue opere, Vicinelli “dà alla parola uno spessore fisico, la trasforma in corpo, fragile e combattivo, in grado di desiderare e toccare la libertà”.
Il fiorentino Francesco Torrini (1962–1994) è l’autore dell’opera Commemuro (1993), un lavoro realizzato con vetro, carta, piombo e alluminio che fu creato come memoriale per “amiche e amici morti a causa dell’AIDS”. Commemuro svolge un ruolo cruciale nella mostra come opera d’arte, ponte tra la memoria storica del museo e l’atto di recupero curatoriale. L’opera, nella collezione permanente del Centro Pecci (Eccentrica), con la sua inclusione in Vivono ribadisce il suo valore come simbolo istituzionale contro la cancellazione.
La mostra dimostra che, sebbene l’esposizione alla pandemia da Covid-19 possa aver reso l’umanità più sensibile alla fragilità, la guarigione sociale dallo stigma richiede un lavoro culturale continuo e istituzionale. Ed è un preciso compito delle istituzioni quello di trasformare la vulnerabilità biologica in sensibilità sociale


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