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Lo Zibaldone - Recensioni

Vittorino Andreoli: il coraggio di mettersi a nudo sulla “poltrona rossa”

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di Elena D’Alessandri

C’è qualcosa di profondamente rivoluzionario, e al contempo di estremamente umile, nel gesto che Vittorino Andreoli compie nel suo ultimo lavoro, “Due poltrone rosse”, edizioni San Paolo (176pp. 16 Euro). Dopo una vita trascorsa a scrutare gli abissi della mente altrui, a decodificare il dolore e la follia dalle vette della sua autorevolezza scientifica, lo psichiatra decide di compiere il passo più difficile: passare dall’altra parte della barricata.

Per la prima volta, Andreoli non è colui che accoglie, ma colui che si siede sulla poltrona che per decenni ha ospitato i suoi pazienti. Inaugura così una serie di “sedute” solitarie, ponendo di fronte a sé la propria immagine e la propria “ombra” di psichiatra, trasformando lo studio medico in un teatro dell’autoanalisi.

Il libro non è una semplice biografia, ma un viaggio catartico che attraversa le stagioni della vita, un monologo dove memoria, sogni e riflessioni filosofiche si mescolano in un flusso ininterrotto. Le due poltrone assurgono a simbolo del rapporto tra chi cura e chi cerca sollievo, ma diventano anche il perimetro di un dialogo interiore necessario. Andreoli ci conduce attraverso oltre sessant’anni di vita, intrecciando i ricordi d’infanzia con le esperienze di ricerca nei laboratori internazionali e i casi clinici più complessi, svelando che la radice stessa della “cura” non sta nel farmaco o nella diagnosi, ma nell’ascolto.

La potenza di “Due poltrone rosse” risiede in questa vulnerabilità esibita. Andreoli esplora il confine fragile e irripetibile del colloquio terapeutico, ricordandoci che il narrare è l’unico strumento che abbiamo per incontrare davvero noi stessi e gli altri. Passando dal “mondo dei matti” a quello, spesso più enigmatico, dei “sani”, lo psichiatra affronta i grandi temi dell’esistenza e il tempo della vecchiaia, intesa non come declino ma come compimento di un senso.

Attraverso queste pagine intense e intime, Andreoli ci consegna un testamento umano di rara bellezza. Ci insegna che nessuno, nemmeno chi ha passato la vita a studiare l’animo umano, è immune dal bisogno di essere ascoltato e che la vera sapienza nasce dalla capacità di riconciliarsi con le proprie ombre, accettando la propria nudità di fronte allo specchio della memoria.

 

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