Eventi culturali
Violenza di genere: uno spettacolo sui “superpoteri” richiesti alle donne
di LORENZO POMPEO
WONDER WOMAN di Antonio Latella e Federico Bellini; regia di Antonio Latella; con Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti; costumi di Simona D’Amico al Teatro Vascello di Roma fino al 18/01, poi a Napoli (20-21/01), Padova (23/01), Mira (24/01), Piove di Sacco (25/01) e Milano (Teatro Elfo Puccini) dal 16 al 19/06/2026.
Il titolo dello spettacolo diretto da Antonio Latella e scritto con Federico Bellini, approdato al Teatro Vascello di Roma, è un paradosso che ferisce. Wonder Woman non evoca la forza invulnerabile dellâeroina dei fumetti, ma la fatica disumana richiesta a una donna per essere creduta in unâaula di tribunale. Le interpreti danno corpo e voce a una vicenda che sembra uscita da un incubo kafkiano, ma che affonda le radici nella cronaca italiana piĂš cupa: il caso dello stupro di Ancona del 2015.
Al centro della drammaturgia câè una ragazza peruviana, che i suoi aguzzini avevano ribattezzato con il soprannome di âVichingoâ. Un dettaglio che non è solo una nota di colore, ma il fulcro di unâingiustizia sistemica. Nella realtĂ giudiziaria che lo spettacolo ripercorre, la vittima fu inizialmente privata della sua dignitĂ di offesa perchĂŠ considerata âtroppo mascolinaâ per essere appetibile, e dunque per aver subito una violenza reale.
Le quattro attrici non interpretano quattro personaggi distinti, ma sono una “quadruplicazione” dell’unica protagonista, un coro greco contemporaneo che amplifica l’urlo di chi viene processata per la propria estetica anzichĂŠ difesa per il torto subito. Questa scelta registica trasforma il palcoscenico in unâarena dove la vittima smette di essere sola, ma dove il sistema circostante â poliziotti, avvocati, magistrati â continua a stringerle intorno un cappio di pregiudizi. Se non rispetti il canone della “vittima perfetta”, fragile e attraente secondo i parametri del patriarcato, il tuo stupro diventa unâopinione discutibile.
Un elemento simbolico forte, richiamato dalla regia, è il “lazo della veritĂ ”, lâarma magica della Wonder Woman originale che costringeva chiunque ne fosse avvolto a dire il vero. Nello spettacolo, questo simbolo viene rovesciato: è la vittima a essere avvolta da un lazo di interrogatori infiniti, richieste di spiegazioni e tentativi di scovare contraddizioni nel suo racconto. Il testo è un flusso di parole ininterrotto, un battito cardiaco accelerato che riflette lo stato post-traumatico di chi deve giustificare il proprio dolore a chi, per cultura o cinismo, ha giĂ deciso di non crederle.
La performance delle quattro attrici è muscolare, febbrile. Attraverso movimenti coreografici e un ritmo serrato, mostrano come la parola della ragazza peruviana venga sezionata, analizzata e infine rigettata. Ă il racconto della cosiddetta âvittimizzazione secondariaâ: il momento in cui le istituzioni, invece di proteggere, diventano il secondo carnefice. La violenza di gruppo subita dalla ragazza si reitera simbolicamente in aula, dove il corpo della vittima diventa un oggetto di discussione accademica o estetica, svuotato della sua umanitĂ .
Wonder Woman non è uno spettacolo di intrattenimento, ma unâoperazione di smascheramento civile. Mette sotto accusa non solo i responsabili materiali della violenza, ma lâintera comunitĂ â inclusi noi spettatori â che spesso cerca nel comportamento della vittima (lâalcol, lâabbigliamento, il carattere) una via dâuscita rassicurante per assolvere la societĂ .
La prova delle attrici è potente perchĂŠ non cerca la lacrima, ma la rabbia. Non c’è spazio per la pietĂ , solo per la richiesta di un diritto negato. Uscendo dal Vascello, resta la consapevolezza che il “soffitto di cristallo” della giustizia non si rompe con i superpoteri, ma solo abbattendo l’idea barbara che la credibilitĂ di una donna dipenda dalla sua “femminilitĂ ” o dalla sua conformitĂ alle aspettative altrui. Unâopera necessaria, che trasforma una pagina vergognosa della nostra magistratura in un grido collettivo che non può piĂš essere ignorato.


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