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Lo Zibaldone - Recensioni

Viaggi elementali

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di Francesco Roat

 

Anna Maria Farabbi esprime al meglio la vocazione della scrittura. È narratrice, saggista, traduttrice, ma in primo luogo poeta. Risulta infatti tale in ogni parola che scaturisce ‒ pregnante, precisa, preziosa, mai prevedibile ‒ della sua penna. Lo testimonia ancora una volta il suo ultimo parto letterario: un poemetto/racconto breve ma intensissimo. L’occasione espressiva è data dalle pagine diaristiche intorno a tre viaggi: il primo nel deserto, il secondo verso i templi di Kyoto e l’ultimo in un’isoletta sperduta. Pagine che l’autrice riprende in mano presso l’eremo di Santa Maria nel silenzio di Montelovesco.

Già l’introduzione è tutto un programma poetico, rivelando la cifra del dire di Anna Maria: “Ora, ho bisogno di raccogliermi: accovacciarmi nella lingua, scendere oltre le origini della balbuzie, fino alla lallazione. Ho bisogno di ruminare, non parlare, assentarmi dagli umani. Permettermi la distanza, lasciare il mio corpo nell’ascolto”. Per questo motivo la scelta di una cella monastica: “tana incastonata nella roccia dell’appennino umbro”; costituita solo da: “una tavola per letto, un ceppo di olivo per comodino, una sedia di paglia, una sezione di ciliegio per scrivania, un mazzo di candele. Un camino acceso”. Che altro può mai servire a un autentico poeta?

Ha così inizio un viaggio letterario, il quale viene definito però: “elementale, organico, biologico”, a sottolineare che prima viene la vita, poi la scrittura. Ed eccoci al quaderno iniziale, sulla difficile abitazione di un deserto, in cui l’io narrante confessa d’essersi innanzitutto “spogliata del pensiero”, attenta a concentrarsi “nel ritmo e nel mantice del respiro”. È una meditazione o contemplazione assorta, qui, la sua, che diviene attenzione grande a tutto ‒ al Tutto ‒, e si fa lentamente accettazione piena ed un profondo rispetto per l’altro da sé.

Un’avvertenza, a mio dire, indispensabile. Sottotraccia, nella poesia di Farabbi, è presente l’invito all’umiltà; non a caso i nomi propri ‒ nei tre quaderni ‒ sono volutamente/insistentemente caratterizzati dall’iniziale minuscola, a indicare come i nostri piccoli ‒ ma superbi ‒ io siano insignificanti. Non contano il nome, il ruolo, la notorietà; conta piuttosto l’umanità che è in te, la relazione con il tu, con tutti quanti. E la scrittura poetica è vista come una sorta di dono, di grazia. Per anna maria (intendo, d’ora in poi, rispettare/ribadire la scelta dell’autrice di mantenere un profilo basso): “La poesia entra da sola nel foglio, il mio sentirla impressiona i fogli con un inchiostro appena percettibile”.

Un’altra citazione da questo viaggio insieme orizzontale e verticale: “io sto al deserto per imparare la poesia tra le polveri / per sintonizzare il mio io cantante alle polveri / per fare anche con la polveri un pane / così è davvero così null’altro”. A questi versi non serve parafrasi o spiegazione, bensì intuizione; la poesia infatti si spiega da sé e non si piega d’innanzi alle pretese di un’interpretazione meramente intellettuale. E ancora: “ora qui distesa sulla stuoia con il mio amore dentro / mi dimentico / un uovo di sonno può bastare”.

Il secondo quaderno ci porta in una kyoto che farabbi descrive attraverso una magica prosa. Basti quest’esempio: “Ho camminato tutta la notte, dal quartiere delle lanterne alla via delle geishe, su per la passeggiata del filosofo, tra conchiglie di silenzio e il battito cardiaco di campane tibetane ospiti di templi”. Cosa altro aggiungere? Forse la constatazione che l’autrice rivela una spiritualità mai disgiunta dalla corporeità, ma in modo che quest’ultima trascenda il puro dato materiale e la prima mai appaia disincarnata, ma immanente nel qui ed ora.

L’ultimo quaderno rende partecipe il lettore di una sensibilità sensoriale elevata all’ennesima potenza: estremamente visiva, olfattiva, uditiva e tattile. E, al contempo, siamo di fronte ad un piccolo mondo magico ‒ quello dell’isola sperduta ‒ che sembra fantastico, onirico, mentale. “Chi è? Cos’è l’i sola? Terra o animale? Un mondo organico che galleggia sull’acqua? Una spugna, cioè un animale pluricellulare venato da pori e canali che permettono all’acqua di circolare nutrendola? Non lo so. Mi assomiglia”. Poi, con una svolta straniante, all’improvviso, emergono da certe carte celate in una stanza del faro isolano scritti di voci puerili, di fragili testimoni, intesi a denunciare la loro desolazione. Sono i: “canti di bambini da vari inferni del mondo, trascritti a sangue”. Basti questo distico esemplare, a memoria di tanta sofferenza: “moriamo indistinti  lasciati in terra / dimenticati  soffiati via da una leccata di vento”.

Infine il j’accuse della scrittrice, di questa autorevole autrice (non ho perplessità alcuna nell’usare un tale aggettivo), su cui è bene riflettere seriamente: “Siamo responsabili. Un’umanità che falcia l’infanzia e l’adolescenza compie un gesto di autodistruzione. […] Sono convinta che o si canta sul campo anche in mezzo alla carestia tra le atomiche dei fulmini o è niente il funambolismo dell’inchiostro: chincaglieria tra i mercenari del palazzo. Per non essere all’altezza del canto, mi sono ritirata qui, tacendo. Lavorando il mio tacere. Penso”. Insomma, a mio modesto avviso, si tratta proprio di un libro da leggere tutti.

Anna Maria Farabbi, Viaggi elementali, Qed, pp. 72, euro 10,00.

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