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Una storia popolare del calcio

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Un gran bel libro a fumetti che non racconta la solita storia del calcio, ma assume un angolo di osservazione singolare, pur ammettendo che il football è stato inventato ed esportato dalla buona borghesia inglese, dimostra come nei vari luoghi in cui si è sviluppato sia stato caratterizzato da una spinta ai limiti del rivoluzionario. Ecco perché i personaggi impegnati a discutere di calcio sia nel prologo che nell’epilogo criticano i Mondiali del Qatar – dove sono stati violati diritti umani e ci son stati morti sul lavoro – non ritenuti degni di una tradizione calcistica progressista. Tra le molte storie che troviamo nel libro – ben disegnato da Lelio Bonaccorso e sceneggiato dagli argentini Deveney e Correia – apprezziamo l’emancipazione operaia britannica grazie al football, l’operazione antirazzista brasiliana curata da Garrincha e Pelé, un inedito Maradona, non solo santo protettore di Napoli ma anche paladino dei diritti umani nell’Argentina dominata dai generali. Importante anche la storia del calcio sotto fascismo e nazismo, con Hitler che vorrebbe imporre la sua Germania anche contro un’Austria più forte e che arriva al punto di far uccidere dalla Gestapo il giocatore più rappresentativo – Matthia Sindelar, ormai caduto in disgrazia – che aveva segnato la rete della sconfitta. Apprezziamo un capitolo dedicato al calcio egiziano concepito in funzione rivoluzionaria, contro la dittatura, per sollevare gli animi contro un potere che soggiogava il popolo. Nel prezioso volume vediamo anche le differenti scuole di pensiero calcistico, la poesia bailada dei brasiliani e la concretezza degli europei, gli egiziani e gli africani in genere con la loro generosità mancante di tecnica. Non manca un capitolo dedicato al calcio femminile e alla sua emancipazione tardiva, dovuta a una mancanza di considerazione sportiva nei confronti della donna, apprezzata solo per il fatto che giocava mostrando le gambe dai pantaloncini corti.

Una lettura piacevole dalla quale si apprende come si è sviluppato nel mondo il gioco del calcio, comprendiamo pure i motivi per cui negli Stati Uniti ci è voluto molto tempo per affermarsi, anticipato da football e baseball.

Per fare un po’ di storia del calcio, diciamo che a palla abbiamo sempre giocato, se pensiamo che Platone considerava l’esercizio ginnico di lanciare o calciare una sfera connaturato alla natura stessa dell’uomo. I giapponesi giocano a palla dall’anno mille avanti Cristo, su un terreno di gioco di due metri, delimitato da alberi, mentre in Cina – più o meno nello stesso periodo – si gioca con una palla ripiena di capelli femminili. Omero fa giocare a palla Nausicaa sulla spiaggia dove incontra Ulisse, naufrago mentre cerca di tornare a Itaca, ma non gioca con i piedi, questo è certo, in ogni caso sbaglia un gol a porta vuota, secondo il Niccolò Carosio del tempo. I greci giocavano con la palla e quel gioco lo chiamavano – secondo i casi, i tempi e il modo di praticarlo – episciro, feninda, appexaris, giochi che i latini perfezionarono. Gli antichi romani lo chiamavano arpasto, si giocava tra due squadre schierate una di fronte all’altra, consisteva nello strapparsi la palla attraverso una folla di contendenti, aveva regole identiche all’episciro greco dove vinceva chi mandava la palla oltre una certa linea di delimitazione. Era il gioco preferito di Marziale, ma anche Virgilio e Orazio lo giocavano e lo cantavano nelle loro poesie, così come Cesare ci puntava sesterzi nelle scommesse e Plinio ne andava pazzo. Sconsigliato alle signore per un eccesso di violenza, meglio altre cose più delicate come la pila paganica (palla di cuoio ripiena di piume), la pila trigonalis (giocata nel tepidario delle terme) e il follis (simile alla palla col bracciale, il pallone toscano). Pare addirittura che i britanni abbiano appreso il gioco della palla (versione arpasto) dalle legioni romane, perfezionandolo nel football odierno, con il passare degli anni. Nel Medioevo, in compenso, si giocava poco a palla, per i religiosi era vietato, anche se in Francia abbiamo notizia di un gioco bretone chiamato soûle, abbastanza violento. In Inghilterra qualcosa del nostro calcio si comincia a intravedere, ché nel regolamento di questo gioco sta scritto che si deve far superare alla palla una linea che viene difesa con vigore. Forza bruta è il solo requisito per chi gioca, non serve tecnica, solo vigore fisico da esibire per certe feste consacrate e sagre di paese. Tutto era lecito e cominciavano ad affollare gli spalti i primi tifosi, mentre le partite di solito si disputavano tra scapoli e ammogliati. Un passatempo che si divideva in due tipi: hurling at goal (gettare la palla in porta) e hurling over country (lanciare la palla in piena campagna), si giocava in molti, anche 30 giocatori, e nella seconda versione erano coinvolti interi paesi. Troppe mischie prolungate e tante botte, colpi proibiti a non finire, per questo non era uno sport ben visto dall’autorità di polizia, proibito da re Edoardo nel 1314 come forma di teppismo. Si giocava con una palla in un sacco di tela riempito di tappi di sughero calciata con forza e senza tecnica in una sorta di violento ripetersi di dribbling. Francia e Italia non erano da meno e l’autorità proibiva questo strano gioco, in modo assoluto, nel migliore dei casi limitandolo alla domenica (forse ne prevedevano lo sviluppo). Fu il Rinascimento a far risorgere una sorta di gioco del calcio, in Italia nella violenta versione fiorentina, che ancora oggi si celebra come momento folklorico, sotto il governo dei Medici. Il Vocabolario della Crusca del Seicento, stampato a Venezia, definisce il calcio come una battaglia ordinata con una palla a vento, somigliante alla sferomachia, passata dai greci ai latini e dai latini a noi.  Le partite si giocavano in occasione di matrimoni e feste  importanti, sia in Santa Croce che in Santa Maria Novella, in un campo lungo cento metri e largo cinquanta, non lontano dalle odierne dimensioni. Tutto questo venne di nuovo proibito nel 1600, quando non si vedeva di buon occhio l’attività fisica e si tendeva a reprimere ogni possibile forma di violenza. Al contrario in Gran Bretagna ci fu un momento favorevole per gli sport, soprattutto durante il regno del re modernista Giacomo I Sturat, che emanò la celebre Declaration of Sports. Il calcio prese vigore come utile esercizio praticato con una palla di gomma dalle dimensioni di circa una testa, colpita con i piedi da chi riesce a raggiungerla. Ecco il dribbling game, prima praticato da nobili, poi da studenti, infine da chiunque voglia farlo, ancora senza regole di repressione della parte violenta, del gioco falloso e pesante, che lo faranno diventare football, eliminando l’uso delle mani. Siamo nei secoli XVII – XIX che segnano il pieno sviluppo, tra partite giocate nei vari college inglesi, tra due squadre di 11 o 22 uomini, su campi di 60 – 70 metri, con l’obiettivo di far passare la palla tra due pali (senza traversa), posti su una linea di delimitazione. Ogni college aveva le sue regole, sia sul numero di giocatori che sulle misure del campo, ma anche sul modo di reprimere il gioco falloso. Arriviamo al 1850 e ci rendiamo conto che il gioco è abbastanza simile a quello che andiamo a vedere nei nostri stadi. Partite di sessanta minuti, altezza tra i pali circa due metri e cinquanta, larghezza della porta (ancora senza reti) circa sette e un arbitro designato per far rispettare le regole. Esisteva pure un primitivo fuori gioco, a quel tempo indicato come l’attaccante non può giocare la palla se tra lui e la porta non si frappongono avversari. Nel 1867 il numero degli avversari venne fissato a tre, quindi giunse la modifica rivoluzionaria (ancora vigente) dei due uomini. Il gioco divenne popolare oltre gli angusti limiti dei college grazie a uomini come Lord Kinnaird, Mr. Clegg e Mr. Alcock, fino alla fondazione del primo club della storia, lo Sheffield Club, nato nel 1865. Arrivarono anche le prime modifiche sostanziali ma si dovette attende il 1871 per autorizzare il portiere a prendere la palla con le mani. Un regolamento unitario era d’obbligo, perché ognuno giocava a calcio come riteneva più opportuno; fu così che tredici delegati si riunirono nella Taverna dei Frammassoni, a Londra, nel 1863, per stabilire una normativa di base. Erano due le tendenze in campo, la prima voleva uso indiscriminato di mani e piedi oltre a scontri violenti, la seconda solo uso dei piedi e un limitato agonismo. Inutile dire che dalla prima tendenza nacque il rugby, dal nome dell’università (Rugby) di cui facevano parte i promotori, e dalla seconda ebbe origine il football. Era nata la Football Association, molte cose dovevano accadere, tanti cambiamenti si sarebbero succeduti, ma la molla di uno sport che avrebbe appassionato le genti di tutto il mondo era scattata.

Deveney – Correia – Bonaccorso

Una storia popolare del calcio

Tunué, 2026

Euro 19,90 – Pag. 140

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