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Una psichedelia nera, un road movie tra Kerouac e Vittorini

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“[…] Devo andare a vedere delle cose, a chiedere di alcune storie, a farmi raccontare di alcune vicende che ho raccolto negli ultimi due anni, per dire che molte cose si tengono insieme: nel mare della stupidità una rete raccoglie detriti e resti e ne fa la conta in superficie. Nel bagagliaio: sfruttati/sfruttatori è ancora una dicotomia valida, nomi e cognomi trovati sul giornale, camminare domandando per rifarsi un’idea sul Paese, quella frase di Sartre che dice come tutti i sognatori ho confuso il disincanto con la verità, cinque parole di Kerouac uno-stupore-di-mia-fabbricazione, gli strumenti della piccola troupe del film.[…] Se per il film scelgo la strada della produzione dal basso, indipendente, è anche perché possa dire le cose a suo modo, buono o cattivo che sia. […]”  racconta così il regista Stefano Virgilio Cipressi il road movie tra documentario e finzione che si svolge tra due confini: quello nord, la porta sull’Europa costituita dalle Alpi e quello sud, ai bordi del Mediterraneo. In mezzo, un viaggio-radiografia fatto di incontri che possano raccontare lo stato di cose nel Paese, sul modello di Conversazioni in Sicilia di Elio Vittorini.
Al via la campagna di crowdfunding sulla piattaforma “Produzioni dal basso” per la realizzazione del film-documentario “Una psichedelia nera”, scritto e diretto da Stefano Virgilio Cipressi, prodotto da Fujakkà, sostegno al cinema indipendente
Il film nasce da un lavoro di ricerca di due anni, in cui sono state raccolte oltre 260 storie di sfruttamento e morti sul lavoro, diritti negati, razzismo, conflitti sociali, tenendo una sorta di mappa-diario dell’Italia di oggi. Alcune di queste storie rappresentaranno la spina dorsale del lungometraggio. Lo scopo non è quello di delineare un quadro esaustivo o un’analisi scientifica della società nella quale viviamo, ma di rintracciare legami invisibili tra vicende apparentemente lontane, cercare di comprendere fenomeni oltre la confusione dell’informazione quotidiana, fissare dei volti, delle storie, dei luoghi.

SINOSSI
Un operatore video, dipendente di una televisione, è a Venezia per girare i provini del casting dell’ennesimo talent show. Mentre il regista intervista i candidati, l’operatore sente qualcosa e si allontana. Senza che nessuno se ne accorga, porta con sè la videocamera con le registrazioni. Una collega dell’operatore, Giulia, mandata via dalla TV qualche mese prima, viene richiamata dal capo e le viene chiesto di partire per cercare il collega ma, soprattutto, le cassette coi provini, senza le quali il programma non può partire. Giulia ritroverà l’operatore nel sud Italia, ai bordi del Mediterraneo, e scoprirà il motivo del suo allontanamento.
Il film è dunque diviso in due parti: la prima, di finzione, con il viaggio di Giulia sulle tracce dell’operatore, ed incentrata sul “ritorno in società” della protagonista. Giulia s’era infatti ritirata, rappresentando quel riflusso nel privato che (fuori da ogni sociologia spicciola) ha investito la sua generazione e la successiva. Un riflusso nel privato doloroso, inerme. È la parte del film nel quale, tramite una voce fuori campo che rimugina, riflette, procede a tentoni, la protagonista trova la forza di ricercare non solo l’operatore ma anche il legame col Paese in cui è cresciuta e che ora le fa spavento.
Il secondo viaggio, la sezione documentaria del film, è quella nella quale ogni situazione sembra spiegare lo spavento di Giulia, la negazione che agisce all’improvviso nell’operatore, lo sconcerto di un’intera generazione. Si susseguono narrazioni dal basso, in prima persona, voci nascoste o poco ascoltate, in spazi di solitudine ma anche di rabbia, solidarietà, spazi di ricostruzione personali e collettivi.

 

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