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Un nuovo Bauhaus per la cultura in Europa

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di GIANNI ZAGATO

Nel suo recente discorso sullo stato dell’Unione, la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha proposto la creazione di un nuovo “Bauhaus” europeo riferendosi alla Scuola di Architettura e Arti Applicate fondata nel 1919 dall’architetto Walter Gropius a Weimar. Il recovery plan secondo la von der Leyen non  deve esser solo progetto ambientale o economico, ma anche un nuovo progetto culturale per l’Europa: uno spazio di co-creazione dove lavoreranno insieme architetti, artisti, studenti, ingegneri, designer”. L’obiettivo è combinare il Green Pact con una dimensione culturale urbanistica.  Il Bauhaus si riferisce anche a una certa essenzialità minimalista. Ha un’eleganza sobria, uno stile essenziale. Si basa sul riciclaggio dei materiali. Il Bauhaus ha anche uno scopo sociale. Il suo design doveva essere accessibile a quante più persone possibili

Un’idea eccezionale quella di Ursula von der Leyen, praticamente ignorata in Italia. Leggere:tutti vuole riprendere e valorizzare questa idea, veramente straordinaria attraverso il contributo di Gianni Zagato

 

Vengono in mente certi ricorsi storici, in questi tempi di pandemia. Il più diretto porta a uno dei padri fondatori dell’Europa, Altiero Spinelli. Nel 1941, insieme ad Ernesto Rossi, si mette a scrivere Il Manifesto di Ventotene. Per un’Europa libera e unita, questo il titolo che avrebbero voluto dargli all’inizio. Come dire: gli architravi che dovranno tenere in piedi, per gli autori, l’Europa che verrà. Solo che intanto l’Europa vera, quella che c’è nel momento in cui mettono nero su bianco uno dei testi politici più avanzati che siano stati prodotti nel Novecento, è nel pieno di una guerra, altro che unita. E altro che libera: imperversano dittature quasi ovunque, nazismo, franchismo, salazarismo. Il fascismo di casa nostra manda i propri oppositori al confino, quando va bene. E infatti Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi vengono spediti a Ventotene, appunto. Europa, unità, libertà dei popoli: per immaginare quel domani bisognava essere dei visionari, o dei profeti di utopie. Ma è vocazione, o forse destino, della politica, quand’è grande, stare dentro la contingenza con lo sguardo alto, rivolto alla prospettiva.

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Alcuni mesi fa, era settembre, Ursula von der Leyen ha tenuto un discorso sullo stato dell’Unione Europea. Forse eravamo troppo presi dalla frenesia per l’ora d’aria tra prima e seconda ondata del contagio; forse pensavamo dentro di noi che il peggio fosse alle spalle e tutto sarebbe presto tornato alla consueta normalità. O forse ci stiamo abituando a triturare notizie una dietro l’altra, senza più soppesarne l’importanza. Fatto sta che quel discorso ci è come sfuggito di mente. Non si ricordano talk show dove ci si sia accapigliati sul merito, né intellettuali che vi abbiano intinto la penna dentro, tanto meno politici che l’abbiano assunto come riferimento della propria azione o, all’opposto, che si siano messi a criticarlo (la democrazia è proprio questo) proponendo altre strade. Niente, il discorso è scivolato via in silenzio come acqua sul marmo. Eppure, fatte le debite proporzioni, ha la stessa carica potenziale del Manifesto di Ventotene: indica una via d’uscita, lo fa nel culmine (ancora) della pandemia, quando risultano ormai a tutti evidenti i costi, i tempi, di questo flagello.

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Ora, riassumere quel discorso sarebbe persino sbagliato. Come ognuno può facilmente constatare (ad esempio vedendolo sul sito italiano della Commissione Europea), fila via dritto, grazie ad un linguaggio chiaro, persino semplice. Il modo migliore di rendere partecipe l’intera opinione pubblica europea della complessità che ciascuno di noi dovrà attraversare per riappropriarsi dell’idea di futuro. Ma c’è un punto del discorso che non può essere taciuto, poiché capita raramente di trovarselo davanti quando il cuore del problema, come nel nostro caso, è l’economia, lo sviluppo, la crescita sociale. Ed è un punto su cui la stessa Presidente della Commissione Europea è tornata più volte nel corso di questi mesi, purtroppo raccogliendo la medesima attenzione: distratta e fuggevole. Per ripartire dopo la pandemia – questo il punto del discorso – dobbiamo mettere in campo, in tutta Europa, un nuovo Bauhaus. Fondato su tre cardini: sostenibilità, estetica, inclusione. Perché, ha aggiunto, non può esserci nessun green deal europeo, nessun passaggio da un’economia lineare a quella circolare, nessuna fuoriuscita reale dalla pandemia, senza cultura e senza bellezza. Corsi e ricorsi storici, ottant’anni dopo, il concetto è lo stesso che frullava nelle menti di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi a Ventotene. Alla base di questo concetto c’è una fondamentale domanda: prima ancora di cosa dev’essere, da dove deve partire la progettazione del nostro futuro di europei? Da quali valori, o princìpi, innanzitutto. Evocando il Bauhaus, Ursula ha indicato in fondo un metodo, che politica, economia, informazione, dovrebbero assumere come proprio: deve partire, questa nostra progettazione, dal giusto rapporto dell’uomo con l’ambiente. Che oggi esso sia squilibrato, alterato, fino al punto-limite di un possibile non ritorno, è la pandemia che viene a dircelo. Ma perché proprio il Bauhaus, ci si potrebbe domandare. Cosa esso sia stato ci sono sterminate biblioteche a dirlo, ragion per cui potremmo cavarcela così: in fatto di progettazione, la più originale scuola d’arte di tutti i tempi! Dove arte e tecnologia si fondono in una sola unità, dove funzione e armonia agiscono secondo natura. Ecco, progettare l’Europa di domani, muovendo da questi valori, e su di essi conformare politiche, economie, società, è la carta vincente da giocare. Di questo dovremmo discutere, oggi, per aprire il varco da cui tornare a riveder le stelle. Poi, certo, ci saranno tante altre cose da dire e da fare. Ma saremo sulla giusta via se intanto avremo preso sul serio i visionari, i profeti di utopia. E i poeti, quando ci dicono: Bellezza è verità, verità è bellezza. È tutto ciò che sai, è tutto ciò che ti basta sapere.

 

     

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