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Tempo cieco

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di Francesco Roat

Con Tempo cieco, Riccardo Pro costruisce un romanzo che interroga il tempo non come semplice successione cronologica, ma come esperienza opaca, discontinua, spesso indecifrabile. Il titolo indica subito la direzione: il tempo che attraversa queste pagine infatti non illumina, non ordina, non redime automaticamente; è un tempo che lascia zone d’ombra, che conserva ferite e rimozioni, procedendo per scarti improvvisi più che per linee continue.

La struttura del romanzo si fonda sull’intreccio di due piani narrativi e generazionali, lontani nello spazio e nella storia, ma progressivamente avvicinati da una relazione fondata sull’ascolto e sul racconto. Il passato irrompe nel presente non come memoria pacificata, bensì come materia ancora viva, irrisolta, capace di modificare lo sguardo di chi ascolta. In questo senso Tempo cieco non è un romanzo storico in senso tradizionale: la Storia non viene ricostruita come quadro oggettivo, ma filtrata attraverso la voce, la soggettività, le omissioni e le insistenze di chi l’ha vissuta.

Uno dei nuclei più interessanti del libro è proprio la centralità della narrazione orale. Il racconto del passato non si presenta come documento, ma come testimonianza: frammentaria, talvolta contraddittoria, segnata dal tempo trascorso e dall’urgenza di dare un senso a ciò che è stato. Riccardo Pro mostra come il racconto non sia mai neutro, ma un atto che coinvolge chi parla e chi ascolta, trasformando entrambi. Il passato, nel momento in cui viene narrato, smette di essere semplice ricordo e diventa esperienza condivisa, capace di incidere sul presente.

Dal punto di vista stilistico, la prosa di Pro è asciutta, controllata, priva di compiacimenti lirici. Il ritmo è spesso secco, scandito da frasi brevi e dialoghi essenziali, che contribuiscono a creare una tensione costante, anche nei momenti di apparente quiete. Non c’è mai enfasi retorica: le scene più dure o emotivamente dense sono affidate a una scrittura sobria, che lascia al lettore il compito di colmare gli spazi vuoti. È proprio in questi vuoti che il romanzo ‒ paradossalmente ‒ trova molta della sua forza.

I personaggi sono costruiti più per stratificazione che per definizione psicologica esplicita. Non vengono tanto illustrati, quanto si rivelano progressivamente attraverso gesti, silenzi, ricorrenze narrative. In particolare, il confronto tra generazioni assume un valore simbolico: da un lato chi porta il peso di un’esperienza storica estrema, dall’altro chi vive un presente apparentemente meno drammatico ma attraversato da un senso di disorientamento e di mancanza. Il dialogo tra queste due condizioni non produce soluzioni facili, ma apre interrogativi sulla trasmissione della memoria, sul senso dell’eredità e dell’identità.

Un tema centrale del romanzo è la responsabilità della memoria. Tempo cieco suggerisce che ricordare non significa semplicemente conservare il passato, ma scegliere come raccontarlo quali significati attribuirgli, quali domande lasciare aperte. Il tempo, d’altronde, non cancella automaticamente il dolore né garantisce una riconciliazione; può, al contrario, rendere più difficile distinguere tra ciò che è stato e ciò che si è voluto dimenticare. Da qui nasce la dimensione etica del romanzo, che invita il lettore a interrogarsi sul proprio rapporto con la storia, individuale e collettiva.

In conclusione, Tempo cieco è un romanzo rigoroso e meditato, che rinuncia a facili effetti narrativi per concentrarsi su una riflessione profonda sul tempo, sulla memoria e sulla possibilità – sempre fragile – di comprensione reciproca. Riccardo Pro dimostra una notevole maturità stilistica e una capacità rara di tenere insieme dimensione storica ed esperienza interiore, offrendo un’opera che chiede al lettore attenzione, ascolto e disponibilità a sostare nelle zone d’ombra del racconto. Una lettura che non cerca di rassicurare, ma di lasciare tracce durature.

Riccardo Pro,

Tempo cieco

Edizioni del Faro, 2025

pp. 157, euro 14,00

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