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Lo Zibaldone - Recensioni

Simone Weil in dialogo con san Francesco

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di Francesco Roat

 

Sabina Moser ‒ da tempo studiosa puntuale dell’opera e della vita di Simone Weil ‒ nel suo ultimo saggio torna ad occuparsi della filosofa francese, ma questa volta in relazione al legame sinora inesplorato con San Francesco, focalizzando in primo luogo la propria attenzione su quanto accomuna tali figure, senza peraltro dimenticare gli aspetti che li diversificano; non fosse altro per il fatto che i due risultano distanti cronologicamente e culturalmente: Simone è figlia dell’illuministica e laica modernità, mentre Francesco è uomo medioevale, appartenente alla Chiesa e convinto dell’unicità del messaggio salvifico cristiano. Ciononostante l’autrice sottolinea come la spiritualità raggiunta dalla Weil: “nacque da un cammino di svuotamento, semplificazione e riduzione all’essenziale della condizione umana, che trovò necessariamente il riferimento più chiaro in quello straordinario modello di umiltà che fu san Francesco”.

Numerosi sono i passi degli scritti dove la Weil testimonia una sintonia con il poverello di Assisi, tra cui spicca quello tratto da una lettera del 1942, indirizzata a padre Perrin, dove senza mezzi termini la giovane confessa: “Sono stata conquistata da san Francesco fin da quando ne ebbi conoscenza”. Ambedue hanno profonda fede in Dio, ma essa ha ben poco a che fare con la mera credenza in questa o quella formula religiosa, bensì è espressione di una incrollabile fiducia ed adesione nei confronti della buona novella cristica. Una fides che altresì comporta l’abbandono della volontà egoica, al posto della quale nasce spontaneamente una determinazione che non è costrizione: la libera adesione al fiat voluntas tua.

Tale tipo di obbedienza richiede la totale rinuncia all’io ed alle sue molteplici pretese, brame ed ambizioni; pure quella di acquisire un elevato livello spirituale. Onde raggiungere la scomparsa egoica sono però necessari l’accettazione, il distacco e la kenosis cristica o l’auto-svuotamento completo, che trasforma i poveri in spirito in beati (Mt 5, 3). Pure per Francesco tutto quanto ci accade va accolto gioiosamente in quanto voluto da Dio, che va lodato persino per la morte corporale, da lui chiamata nostra sorella. In parallelo, per Simone, la sventura (malheur) va accolta amorevolmente. Secondo lei infatti l’accettazione del dolore e di un vivere all’insegna del venir meno rappresenta la chiave utile a spalancare la porta su una dimensione altra: quella spirituale; l’unica in grado di consentirci di non disperare dinnanzi al malheur, ma di assumerlo come necessità ineludibile, e di trasformare tale consenso in una sorta di libertà.

Tutto questo comporta la retta disposizione a una costante e indefessa rinuncia. Questo perché, come scrive Simone in uno dei “Quaderni” (Cahiers), paradossalmente: “non si possiede che ciò a cui si rinuncia”. Scontato notare che un tale atteggiamento esistenziale venga assunto da Francesco sin dall’inizio della sua vita monacale. Quindi ben evidenzia la Moser il proposito che accomuna i nostri due personaggi ovvero la sequela cristica: “tale imitazione passa per concrete scelte di vita: povertà, umiltà, fino a una totale abnegazione di sé”.

Non a caso sia l’attenzione della Weil, sia quella dell’Assisiate si soffermano alquanto sulla passione di Gesù, giacché la croce è simbolo di un accettare/patire totalmente l’esistenza, prima ancora di una speranza oltremondana. Croce da cui fu denunciata dal Figlio l’assenza del Padre: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?” (Mc 15,34). Assenza che in un certo senso ha inizio al momento stesso della creazione, allorché Dio abbandona mondo e creature alla dura legge della necessità attraverso l’abdicazione alla propria onnipotenza. Ed è tramite un processo chiamato da Simone “decreazione” (décréation) che pure l’uomo imitando Dio deve rinunciare all’amor proprio, ai desideri vani e a qualsivoglia pretesa velleitaria.

Tutto ciò rimanda allo stoicismo e al buddhismo, che vedono nella meditazione intorno alla morte il primo compito da affrontare per chi voglia aprirsi al divino. In quanto, paradossalmente, solo tramite la morte l’uomo potrà accedere all’immortalità. Il riscatto dalla sventura dunque passa per l’annichilimento dell’io e della tendenza accentratrice/predatrice. Perdita che ci consente di aprirci a un’ottica trasfigurata affinché possiamo cogliere la nuda bellezza del mondo.

Sabina Moser, Una santità geniale. Simone Weil in dialogo con san Francesco, Le Lettere, 2024, pp. 178, euro 18,00

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