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Lo Zibaldone

Sciascia e Messina, un rapporto vivido e costante

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di Sergio Di Giacomo

Per commemorare l’anniversario sciasciano, abbiamo chiesto al giornalista culturale,saggista e documentarista messinese Sergio Palumbo degli approfondimenti sui rapporti tra il grande scrittore e Messina.Argomento che è stato analizzato a dicembre alla Feltrinelli, insieme a Giuseppe Ruggeri.

Che pensi dello scrittore quando afferma nel suo scritto che “Messina non esiste”. Non gli piaceva la città?

No, come capitava spesso Sciascia amava fare delle battute provocatorie. Nell’intervista da me fattagli, quando dice che la letteratura italiana è in gran parte siciliana non risponde alla realtà dei fatti. Si tratta di una espressione iperbolica che tuttavia ha un fondamento di verità, nel senso che gli scrittori siciliani sono tanti e hanno inciso tanto nella letteratura italiana contemporanea. Ora non è che Sciascia non amasse Messina se usa quella battuta. In realtà vuol dire che già molto prima del terremoto del 1908 Messina aveva perso quel ruolo di capitale isolana che contendeva a Palermo. La città col tempo è inesorabilmente decaduta per calamità naturali, guerre, epidemie. È vero invece il contrario. A Sciascia Messina piaceva molto come scrive in una lettera al poeta Nino Crimi. Da Racalmuto scrive all’amico poeta messinese il 22 ottobre 1955: una volta o l’altra verrò a Messina, è una città, tra l’altro, che mi piace molto.

Qual è il tuo ricordo personale di Sciascia?

Non posso dire di avere avuto una vera e propria amicizia come lo ha avuta con Consolo, D’Arrigo e Bufalino. Ho incontrato poche volte Sciascia, ma quei pochi incontri sono stati felici. L’intervista fu portata a termine dopo una serie di imprevisti. Andai a trovarlo a Palermo assieme al poeta Nino De Vita. Alla fine, dopo attese e rinvii, riuscimmo a realizzarla nella galleria d’arte del pittore Maurilio Catalano. Lo scrittore era stanco ma volle onorare l’impegno che aveva preso con me. L’intervista gli piacque perché si era esclusivamente parlato di letteratura mentre sempre più spesso gli chiedevano di parlare di politica, di mafia, di giustizia, del ponte sullo Stretto e altre cose che nulla aveva a fare con la letteratura. Lo consideravano un tuttologo o un profeta, mentre lui ci teneva soprattutto a essere uno scrittore».

A Sciascia fu concessa dall’Università di Messina la laurea honoris causa, ma arrivò postuma nel 2000. Si dice che gliela si volesse dare molti anni prima, ma la proposta sarebbe stata respinta dal rettore Salvatore Pugliatti. Cosa sai di questo?

Io sono stato il biografo di Pugliatti e non ho riscontri in tal senso. Del resto Sciascia da me intervistato parla di Pugliatti, anche se la sua risposta è piuttosto secca. Quanto alla bocciatura della laurea ad honorem, non credo che la responsabilità di respingere la proposta sia dipesa esclusivamente da Pugliatti. Sciascia studente si era fatto dei nemici. Il professore di italiano Michele Catalano, per esempio, lo bocciò più volte agli esami. Sciascia alla fine per questo motivo e per altre complicazioni non si laureò a Messina. Tuttavia, le due personalità ritengo fossero molto diverse e Pugliatti era troppo esuberante per un uomo taciturno e ombroso come Sciascia. Lo scrittore in realtà si era iscritto alla facoltà di Magistero all’Università di Messina perché per vivacità culturale la città dello Stretto primeggiava in Sicilia. Lì trovò il filosofo Galvano Della Volpe, un maestro di filosofia carismatico.

Quando arrivò Sciascia all’Ateneo di Messina?

Nel 1941, ottenuto il diploma al Magistrale di Caltanissetta, Sciascia decise di iscriversi all’Uuiversità di Messina. Scrisse una tesina su un testo teatrale di Thornton Wilder, “La piccola città”. Il tema fu valutato sufficiente. Sciascia ebbe un voto di ventuno su trenta. A giudicarlo fu Galvano Della Volpe, come risulta nei documenti. Il prof. Rosario Moscheo ha ricostruito l’odissea universitaria a Messina di Sciascia che non fu particolarmente brillante. Diede parecchi esami e rimase iscritto fino al 1949. La tesina su Wilder di Sciascia non credo fu casuale. In quegli anni a Messina operava il Teatro Sperimentale del Guf che ebbe successo proprio con la messa in scena di “Piccola città”. “Piccola città” venne rappresentata a Messina nel ’39 e subito dopo a Roma e Milano. Allo Sperimentale c’erano Enrico Fulchignoni, Adolfo Celi, Mario Spinella, Turi Vasile, Mario Landi. Questo spiega perché il giovane Sciascia fu attratto da Messina. Allora Messina era forse la più viva città siciliana sul piano della cultura militante e accademica, un primato che mantenne fino agli anni Cinquanta. C’era la triade Pugliatti Vann’Antò Pignato. Non si era ancora spenta l’eco della celebre brigata di “Vento a Tindari” con Quasimodo, Glauco Natoli e altri. Negli anni Cinquanta all’università approdò anche Giacomo Debenedetti, considerato oggi il più autorevole critico italiano che Sciascia ammirava molto.

Sciascia fu spesso a Messina negli anni Cinquanta. Ciò emerge da alcuni carteggi. Come mai in quel periodo?

Dopo l’esperienza universitaria il rapporto con Messina si consolidò verso la metà degli anni Cinquanta. All’Università di Messina era giunto il grande critico Giacomo Debenedetti, alle cui lezioni assistevano studenti avviati a una brillante carriera letteraria come Walter Pedullà e Saverio Strati. Ma anche Pugliatti, Della Volpe, Nino Pino lo ascoltavano. Lo scrittore Mario La Cava veniva da Bovalino, in Calabria, apposta per sentire Debenedetti e così faceva il poeta Lucio Piccolo proveniente da Capo d’Orlando. Non so se Sciascia abbia assistito a qualche lezione di Debenedetti a Messina, ma era informato. Probabilmente Vann’Antò lo metteva al corrente di ciò che faceva Debenedetti. Da alcuni carteggi si evince che Sciascia frequentava Messina. Una volta Debenedetti gli diede appuntamento a Messina. Qui insegnò dal 1950 al 1955. Pure dai carteggi con La Cava, Crimi e Vann’Antò risultano le frequenti visite di Sciascia a Messina. Punto d’incontro abituali erano il caffè Irrera, le librerie dell’Ospe e D’Anna. Nel 1953 lo scrittore venne a vedere la mostra di “Antonello e la pittura del ’400 in Sicilia”.

Il referente a Messina fu il poeta Vann’Antò. Nella tua intervista risulta la stima di Sciascia per lui. Vi si accenna a una lettera ma Sciascia non ricordava in quale occasione l’avesse scritta. Era a proposito di una polemica letteraria con Pasolini?

Si, Sciascia incontrava Vann’Antò preferibilmente alla libreria dell’Ospe a Messina Il suo legame all’Ospe è fra l’altro testimoniato dalla lettera aperta – ne fu tra i firmatari assieme a tanti prestigiosi letterati anche non siciliani – per scongiurare la chiusura della libreria messinese nel 1988. Sciascia ha pubblicato articoli e recensioni sull’opera di Vann’Antò. Tra le riviste a cui Sciascia collaborò negli anni Cinquanta ci fu anche “Il Belli”, bimestrale diretto da Mario Dell’Arco che si occupava di letteratura popolare. Sciascia si trovò, suo malgrado, coinvolto in una querelle tra Pier Paolo Pasolini e il poeta Vann’Antò, Nel ’55, Pasolini pubblicò sul “Belli” una tagliente nota in cui Vann’Antò veniva accusato di essere un poeta decadente, squisito, la cui produzione dialettale risentiva fortemente dell’influenza di Mallarmé e di Eluard. Vann’Antò, per difendersi dall’attacco pasoliniano, citò un elogiativo appunto sulla sua poesia in vernacolo che l’amico Leonardo Sciascia aveva pubblicato due anni prima sul “Belli”. Ma Vann’Antò cercò anche un maggior sostegno da parte di Sciascia e gli scrisse per avere un parere sulla sua traduzione dal francese in dialetto siciliano. La lettera si riferisce a questo episodio.

Messina figura in quali opere o scritti di Sciascia?

Ciò che affascinava Sciascia erano soprattutto l’ambiente e il paesaggio peloritano, era quel «mare di Messina, pieno di miraggi e di miti» come ebbe a scrivere in una nota ad “Acqualadrone”, i racconti di Vitarelli. Non a caso lo scrittore ha dedicato pagine proprio al mare di Messina, all’esemplare leggenda di Colapesce e al maestoso porto falcato dove si radunò la più grande flotta mai vista nel Mediterraneo per l’epica impresa di Lepanto. Il testo letterario che s’intitola “L’Armada” è una recensione al romanzo omonimo dello scrittore austriaco Franz Zeise. Si trova nella raccolta di saggi sciasciani “Cruciverba” (1998) e racconta l’ingresso trionfale di Don Giovanni d’Austria a Messina dopo la battaglia di Lepanto contro i turchi. Questa pagina poco nota l’ho inserita nel mio documentario “Lo Stretto di Messina, un luogo nel mito” e ora è visibile anche nel museo virtuale Orion. E poi c’è “Il calzolaio di Messina”, anche questo un testo poco noto di Sciascia, che figura in un altro suo libro di saggi, “Fatti diversi di storia letteraria e civile” (1989).

Parlando di Sciascia e Messina, non si può non accennare a Stefano D’Arrigo. Che rapporto si stabilì fra i due scrittori?

Per quel che ne so, non si stabilì mai un contatto fra i due. Sciascia non scrisse nulla su “Horcynus Orca” e “Codice siciliano”. Tuttavia nell’antologia “Narratori di Sicilia” (la riedizione del 1991), firmata da Sciascia a quattro mani con Francesco Guglielmino, non può mancare l’apparizione delle fere, brano tratto da “Horcynus Orca”, il romanzo-poema darrighiano con uno scenario marino suggestivo che esalta in chiave moderna i miti dello Stretto di Messina. Anche se va precisato che la riedizione dell’antologia fu curata materialmente dal solo Guglielmino perché Sciascia era morto due anni prima».

 

 

 

 

 

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