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Lo Zibaldone - Recensioni

Salvatore Niffoi: “La vedova scalza”

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di Francesco Roat

Bene ha fatto Adelphi a ristampare quello che è forse il romanzo più bello di Salvatore Niffoi, ossia La vedova scalza, ambientato in una Barbagia arcaica e feroce, dove “si diventa banditi in fretta”. Siamo negli anni cupi del fascismo, tra la prima e la seconda guerra mondiale, in un clima socio-culturale all’insegna di clan familiari, faide assassine tramandate da padre in figlio e una pastorizia di sussistenza che appena riesce a nutrire famiglie rurali segnate da una fame atavica.

L’avvio del romanzo è crudo ma intenso e fortemente evocativo; lo testimonia l’incipit esemplare che colpisce il lettore come un pugno allo stomaco: “Me lo portarono a casa un mattino di giugno, spoiolato e smembrato a colpi di scure come un maiale. Neanche una goccia di sangue gli era rimasta”. Chi parla così del marito Micheddu, “il ribelle”, è Mintonia; anzi chi scrive, giacché l’io narrante racconta la propria vendetta attraverso un diario redatto per non scordare l’affronto subito. La morte dello stesso Micheddu, comunque, si inserisce nella cornice tradizionale dei delitti compiuti a scopo riparatorio: l’uomo è stato infatti ucciso per una faccenda di corna.

Dunque non si esce dalla coazione a ribadire offesa per offesa: compulsività fatale cui sembrano destinati i barbaricini de La vedova scalza − prima fra tutti la protagonista − ad onta del cattolicesimo imperante e della morale cristiana del perdono che dovrebbe soppiantare quella dell’occhio per occhio, dente per dente. Ma i personaggi di Niffoi seguono un’etica ancestrale, barbara e primitiva come i paesaggi aspri e selvaggi che vengono tanto magistralmente tratteggiati nel romanzo, il quale è anche una storia d’amore, in quanto si sofferma assai a esplorare il legame affettivo fra Mintonia e Micheddu, destinato a non sciogliersi nemmeno dopo la scomparsa dell’uomo.

D’altronde, qui, non esiste in realtà un’unica vicenda privilegiata, o meglio essa si apre a tutta una serie di filoni narrativi paralleli che arricchiscono la trama di innumerevoli intrecci, giacché il romanzo non conosce una storia esclusiva o essa non risulta lineare ma prevede molteplici soste/parentesi, introducendo a ogni piè sospinto svariate figure laterali e microstorie episodiche che però hanno sempre a che fare col piccolo mondo agro-pastorale e con la Sardegna del tempo andato (anche se costantemente in essa: “tutto cambia e tutto rimane uguale”, come sostiene con palese pessimismo una voce del libro). Splendide pure alcune comparse, come la nonna della protagonista (è da antologia l’episodio della sua morte), gli sfortunati fratelli di Mintonia, quella dell’anarchico tziu Imbece, o quella – sia pure negativa − del pedofilo don Zippula.

Ogni pagina, quindi, è a suo modo un racconto, un personaggio, un ritratto sapido e svelto, una scena isolana, un romanzo condensato, un teatro dove però si rappresenta sempre il reiterato dramma d’una Barbagia afflitta dalla miseria secolare (“i continentali non li capiscono quelli come noi, a loro sembra tutto facile, perché hanno strade e fabbriche”) e dalla voglia di un riscatto che cozza contro “paure ancestrali”, “magie e superstizioni” o la rassegnazione a consegnarsi da parte di troppi “balenti” alla scorciatoia ritenuta fatale del banditismo e delle faide più sanguinarie e truci.

Niffoi ha saputo dunque creare un romanzo robusto, a suo modo epico-corale (sia pur nel segno d’un epicità eccentrica e minore), contraddistinto da una prosa ora letteraria ora mutuata dal registro di una fabulazione orale, fresca, immediata e di sicura presa sul lettore. La scrittura, dal taglio espressionistico, personalissima e intensa, si basa su un italiano percorso da venature vernacolari e da audaci neologismi. La narrazione è arricchita da immagini di notevole forza espressiva e da uno scialo di metafore felici che fanno del Nostro un prosatore dal respiro poetico. Vivissima infine la pietas con cui Niffoi guarda ai tragici eventi in cui sono travolti i suoi personaggi, dannati “a espiare la pena della vita”. Un libro da non perdere, insomma.

   Salvatore Niffoi, La vedova scalza, Adelphi, pp. 182, euro 12,00

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