Lo Zibaldone - Recensioni
Metamorfosi
Il recente saggio di Emanuele Coccia, Metamorfosi, ci invita a prendere atto di un’idea tanto semplice quanto fondamentale: la vita di tutti gli esseri è una, in barba alle diverse specie; al fatto che poco conta si tratti di uomini o elefanti, di fragole o formiche, di abeti o di virus. “Tutte le forme di vita ‒ sottolinea il Nostro ‒ sono figurazioni di una medesima sostanza, modi accidentali che non smettono di crearsi l’uno dall’altro e di distruggersi l’un l’altro”. Siamo insomma tutti fratelli, per quanto siano enormi le differenze tra una modalità d’esistenza ed un’altra. Come a dire: le specie non dovrebbero venir considerate rigide entità sostanziali; semmai, come poeticamente li chiama Coccia, degli instabili: “giochi di vita”, delle configurazioni destinate perennemente a mutare.
Quando parliamo di metamorfosi, però, tendiamo a prendere in considerazione solo le più eclatanti ‒ ad esempio il mirabile e sorprendente mutamento dal bruco alla farfalla o dal girino alla rana ‒ e quelle letterarie ‒ come la mitica trasformazione di Dafne, convertita in alloro, o di Narciso trasformato nel fiore omonimo. È opinione assai diffusa, infatti, che le metamorfosi siano eccezioni, non già la regola. Coccia, al contrario, ribalta questa credenza ingenua, giacché ogni nascita può essere colta quale mutazione/modificazione di corpi anteriori (quelli della coppia genitoriale). Saremmo dunque in un certo qual modo costretti a metamorfizzarci, a riplasmare altrimenti la vita riconfigurandola in diversi e nuovi aspetti.
L’esistenza di ognuno, per dirla con un’espressione pubblicitaria, “è sempre una versione più recente di quella che la precede”. Ed una volta nati, non c’è scampo: dobbiamo mutare, trasformandoci di continuo sino alla morte; la quale può esser vista ancora una volta non già come una mera cessazione della vita ma come un’ulteriore sua metamorfosi. Negli animali selvatici è più facile cogliere tale aspetto, giacché, dopo il decesso, vengono divorati da altre bestie venendo inglobate da queste e diventando perciò parte della loro stessa carne. Noi, una volta inumati e/o cremati, sembriamo farci solo terra e/o cenere; ma anche questa è una visione riduttiva, quasi che l’inorganico non avesse a che fare con la vita, mentre è essa a provenire, in origine, da quanto vita non era ancora.
Tuttavia l’uomo contemporaneo è ossessionato/oppresso dalla morte, come peraltro dalla decadenza. Egli vorrebbe arrestare il tempo e l’invecchiamento e sogna ancora di raggiungere un’immortalità individuale, non riuscendo a cogliere il vero e proprio miracolo per cui in natura nulla davvero muore ma tutto si trasforma; né a pensare alla vita come un dono da parte degli antenati; dono che a nostra volta dispenseremo alla progenie futura. Inoltre, dice bene Coccia, soggetto di ogni metamorfosi è innanzitutto la Terra, il nostro pianeta, e “ogni vivente non è che un riciclo del suo corpo, un patchwork costruito a partire da una materia ancestrale”. Ma non limitiamoci a questo minuscolo corpo celeste. Potremmo asserire piuttosto che l’universo sia la causa e la materia della stessa metamorfosi; in quanto, anche se questo può dispiacere a molti, non esiste dal big bang una forma stabile, definitiva, fissa: tutto è invece divenire incessante.
E l’ultimo neonato al mondo è costituito: “di una materia che abitava questo pianeta prima della comparsa di qualsiasi forma di vita”. Le sue componenti più minuscole ‒ gli atomi che lo compongono ‒ provengono dalle stelle e un domani, dopo la scomparsa della Terra, verso altri astri migreranno. Niente e nessuno ha stabile dimora; ma ciò, lungi dall’inquietarci, dovrebbe consolarci: sai che noia restare sempre uguali e mai cambiare! Ogni ambito/essere ha una sua durata e poi varia sino a scomparire per far posto ad altre configurazioni tramite nuove metamorfosi.
Tornando alla nostra esistenza ‒ umana, voglio dire ‒ come non rendersi conto allora che ogni vita: “non può limitarsi a un solo ambiente, a una sola nicchia, a un solo mondo”? Perché ostinarsi nel sogno/desiderio impossibile di arrestare il flusso della vita entro uno stadio artificiale che ‒ privo di involuzione ma pure di evoluzione ‒ finirebbe con l’essere un incubo all’insegna della stasi? Apriamoci dunque senza eccessivi timori al divenire e al mutamento (sembra giusto riassumersi in ciò l’auspicio dell’autore) perché questo, come sempre è accaduto e accade, accadrà. In chiusura una postilla/ammonizione filosofica assai condivisibile: “E non aver paura di morire. Noi siamo il futuro. Viviamo in fretta. Moriamo spesso”.
Emanuele Coccia, Metamorfosi. Siamo un’unica, sola vita, Einaudi 2022, pp. 196, euro 17,00