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L’onda è il mare

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di Francesco Roat

Il saggio di Willigis Jäger, provocatoriamente intitolato L’onda è il mare, si colloca in quel territorio sottile in cui la riflessione spirituale smette di essere commento dottrinale e diventa interrogazione radicale sull’identità dell’io. L’autore non scrive per rafforzare un sistema di credenze, ma per incrinare una visione dualistica della realtà che, a suo avviso, attraversa tanto il pensiero religioso tradizionale quanto quello moderno. Il testo chiede al lettore di compiere un gesto semplice e insieme destabilizzante: rinunciare all’idea di un io separato che ha un rapporto con il tutto, per riconoscersi come manifestazione del tutto stesso.

La metafora dell’onda e del mare, che dà il titolo al saggio, non è un espediente poetico, ma un vero dispositivo concettuale. L’onda non esiste senza il mare, né il mare si contrappone all’onda: ciò che appare distinto è in realtà una differenza di forma, non di sostanza. Jäger applica questa intuizione alla coscienza umana, suggerendo che l’io non sia un centro autonomo, ma una configurazione temporanea dell’unica realtà. In questo senso, il libro si muove chiaramente nella scia delle grandi tradizioni non duali ‒ dallo zen al vedānta ‒ ma senza mai rinunciare al confronto con il cristianesimo.

È qui che il testo acquista un interesse particolare per il lettore occidentale. Jäger, monaco benedettino e maestro zen, non propone una fuga sincretistica verso l’Oriente, ma una rilettura della mistica cristiana alla luce dell’esperienza non duale. Meister Eckhart, Giovanni della Croce, la tradizione apofatica: tutto viene riletto come tentativo, spesso frainteso, di dire l’indicibile unità tra Dio e l’uomo. In questa prospettiva, il linguaggio teologico tradizionale appare non tanto falso, quanto insufficiente: utile come indicazione, ma incapace di contenere l’esperienza a cui rimanda.

Il punto critico del libro ‒ e forse il suo nodo più fecondo ‒ sta proprio qui. Se l’io non è separato dal tutto, che ne è della responsabilità personale? Se Dio non è altro, che ne è della preghiera, della relazione col creatore, della escatologia? Jäger non elude queste domande, ma le attraversa con una fiducia radicale nell’esperienza. La verità, sembra dirci, non è ciò che può essere definito senza ambiguità, ma ciò che si manifesta quando le categorie abituali cedono. È una posizione che può risultare liberante per alcuni, disorientante per altri; ma il testo non cerca mediazioni rassicuranti.

Dal punto di vista filosofico, L’onda è il mare dialoga implicitamente con alcune correnti del pensiero contemporaneo che hanno messo in crisi l’idea di un soggetto sovrano e autosufficiente. Si possono intravedere echi della fenomenologia, di certe letture post-metafisiche dell’essere, persino di una sensibilità ecologica che rifiuta la centralità assoluta dell’umano. Tuttavia, Jäger non argomenta in termini teorici: la sua è una filosofia incarnata, che nasce dalla pratica contemplativa e vi ritorna continuamente.

Questo rende il testo insieme potente e vulnerabile. Potente, perché parla a un livello profondo dell’esperienza; vulnerabile, perché chiede al lettore una disponibilità che non tutti sono pronti a concedere. Non si tratta di essere d’accordo o in disaccordo, ma di lasciarsi mettere in crisi, nel senso positivo (ed etimologica) del termine. L’onda è il mare non offre una visione del mondo alternativa da adottare, bensì un invito a osservare come costruiamo l’idea di noi stessi e cosa accade quando quella costruzione si allenta.

In un tempo in cui la spiritualità rischia di ridursi a consumo emotivo o a mera identità ideologica, il libro di Jäger si distingue per la sua sobrietà radicale. Non promette salvezze, non consolida appartenenze, non fornisce risposte esaustive. Chiede invece attenzione, silenzio, pazienza. Proprio come il mare: non si impone: e attende solo che l’onda riconosca ciò che è sempre stata.

 

Willigis Jäger, L’onda è il mare. La verità dell’io e del tutto, inseparabili, Gabrielli editori, pp. 228, euro 19,00

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