Nonsololibri
Leonora Carrington

Leonora Carrington, Grandmother
Moorhead’s Aromatic Kitchen, 1974
Olio su tela, 79 x 124 cm
The Charles B. Goddard Center
for Visual and Performing Arts –
Ardmore, Oklahoma
© Estate of Leonora
Carrington, by SIAE 2025
di Lorenzo Pompeo
Leonora Carrington, al Palazzo Reale di Milano fino all’11 gennaio 2026, a cura di Tere Arcq e Carlos Martín. La mostra è promossa dal Comune di Milano-Cultura, prodotta da Palazzo Reale, MondoMostre, Civita Mostre e Musei ed Electa. Catalogo: Electa, a cura di Tere Arcq e Carlos Martín, 320 pp., € 45,00.
L’antologica “Leonora Carrington”, la prima retrospettiva in Italia dedicata a questa figura eclettica, celebra un’artista la cui identità fu plasmata da una sequenza di eventi eccezionali e bizzarri quanto le sue tele. L’esposizione, con oltre 60 opere, evidenzia la sua profonda autonomia creativa, il legame con l’esoterismo e il suo ruolo di pioniera femminista.
L’esistenza della Carrington (1917–2011) fu un costante atto di ribellione. La sua fuga dalle rigide convenzioni borghesi la portò nel 1937 a Parigi, dove conobbe il surrealista tedesco Max Ernst, col quale ebbe una relazione, un periodo idilliaco stroncato dalla guerra. Il successivo crollo psichiatrico, l’internamento traumatico in Spagna – raccontato nel suo libro Giù in fondo edito da Adelphi – forgiarono la sua resilienza. L’esilio in Messico dal 1942 divenne la sua rinascita, dove, affiancata da figure come Remedios Varo e Frida Kahlo, creò un cenacolo femminile, fucina di un linguaggio potente e originale che lasciò un’orma indelebile nell’arte del Novecento.
Il suo universo è inscindibile dal profondo interesse per il misticismo, l’alchimia e l’esoterismo, intesi non come mera estetica, ma come una via alternativa di conoscenza, come evidenziato nella mostra dalla sezione dedicata alla “cucina alchemica”, nella quale lo spazio domestico si trasforma in un laboratorio di potere femminile e rituale. Le sue tele, popolate da creature ibride e donne-sacerdotesse, recuperano i “poteri femminili proibiti” e le figure del matriarcato. Il suo fu un “femminismo della coscienza”, consapevole e inclusivo.
Sebbene parta dal Surrealismo europeo, l’adesione di Carrington al movimento fu autonoma e atipica. Il suo universo interiore, nutrito da miti celtici e fiabe, era già intrinsecamente surreale prima ancora di incontrare André Breton e il suo circolo: era una surrealista “nata”.
Questa vocazione affondava le radici nella sua infanzia e nel contrasto tra le sue origini. Le radici celtiche furono una eredità dalla madre e dalla tata, entrambe irlandesi, le quali le trasmisero quel patrimonio di miti e fiabe della tradizione celtica che animò la sua primissima produzione. Questa componente magica, onirica e matriarcale divenne il rifugio e la forza motrice della sua ribellione contro l’autorità rigida e “anglosassone” del padre, proiettando il suo dissidio familiare direttamente nella sua arte, che non fu un’illustrazione delle teorie freudiane, bensì la creazione di una sorta di “cosmogonia alternativa”.
A livello stilistico, l’artista unì la logica intuitiva del fantastico con una sorprendente maestria tecnica, assorbita sì dalle influenze dei pittori del Trecento e del Quattrocento italiani durante un suo soggiorno fiorentino, ma resa unica dalla sua fascinazione per la pittura fiamminga. La sua profonda affinità con l’immaginario di Hieronymus Bosch è del tutto evidente: Carrington recuperò la precisione miniaturistica, il dettaglio ossessivo e la capacità di popolare lo spazio pittorico con il campionario infinito delle creature ibride, fantastiche e grottesche del pittore fiammingo. Questa precisione pittorica, utilizzata per narrazioni oniriche e criptiche, le permise di forgiare un linguaggio maturo e personale che la distinse dai suoi contemporanei e la rese una delle figure più influenti e rivoluzionarie del XX secolo.


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