Lo Zibaldone - Recensioni
La metafora del Dio incarnato
di Francesco Roat
John Hick (1922–2012) è stato uno dei più originali e controversi teologi e filosofi della religione del XX secolo. Nato in Inghilterra e inizialmente vicino al pensiero evangelico, ha attraversato nel corso della sua vita un profondo processo di trasformazione intellettuale e spirituale, passando da una visione confessionale a una prospettiva marcatamente pluralista. Ha insegnato in varie università britanniche e statunitensi, tra cui Birmingham, Claremont e Princeton, ed è stato attivamente coinvolto nel dialogo interreligioso, in particolare con il mondo islamico, buddhista e induista. Il suo lavoro ha avuto un certo impatto nel campo della filosofia della religione, specialmente per la sua proposta di un paradigma post-confessionale della fede, dove tutti i credo sono visti come risposte culturalmente mediate riguardo a una realtà ultima che trascende ogni linguaggio umano. Questo Reale o Assoluto è ciò che tutte le tradizioni cercano di esprimere, ognuna con le proprie immagini, o simboli e concetti.
Nel 1993 Hick pubblica uno dei suoi saggi più provocatori: The Metaphor of God Incarnate: Christology in a Pluralistic Age (recentemente pubblicato in italiano, con il titolo: La metafora del Dio incarnato). L’opera rappresenta un attacco lucido, ma rispettoso, al cuore della cristologia tradizionale: la convinzione che Gesù di Nazareth sia Dio incarnato, vero Dio e vero uomo. Hick non nega il valore spirituale di Gesù, ma contesta l’interpretazione ontologica e metafisica dell’incarnazione. A suo avviso, dire che Gesù è Dio non significa affermare un fatto oggettivo e universale, ma esprimere in termini simbolici e poetici l’esperienza di una comunità che ha visto in Gesù una rivelazione particolarmente intensa del divino. Per Hick si tratta quindi di una metafora, e non di una verità dogmatica. Questo approccio si inserisce in una più ampia revisione del linguaggio religioso: non quale descrizione di fatti empirici o ontologici, ma come narrazione simbolica dell’esperienza del sacro.
Il nostro teologo mette in discussione la dottrina dell’incarnazione sulla base di tre assunti principali. La mancanza di fondamento storico (Gli studi storici mostrano che Gesù non si è mai esplicitamente proclamato Dio, e le affermazioni di tipo cristologico emergono solo successivamente: nei testi post-pasquali e negli sviluppi dottrinali della Chiesa primitiva). L’incompatibilità filosofica (L’idea che una persona sia al tempo stesso completamente umana e completamente divina appare, per Hick, logicamente contraddittoria. Come può un essere umano avere limiti ‒ ignoranza, sofferenza, finitudine ‒ e al contempo essere l’onnisciente e onnipotente Dio?). Il problema etico-teologico del pluralismo (Se Dio si è incarnato una sola volta e in un’unica cultura, che ne è degli altri popoli e delle altre religioni? L’idea dell’incarnazione unica e definitiva in Gesù pone un problema di esclusivismo e appare oggi, in un mondo globalizzato e interreligioso, non più sostenibile né filosoficamente né spiritualmente).
Alla base del pensiero di Hick c’è quindi una convinzione fondamentale: Dio non è appannaggio di una sola religione. E tutte le grandi tradizioni religiose sono, a suo avviso, tentativi culturalmente condizionati di entrare in relazione con il mistero ultimo della realtà, che nessuna di esse può esaurire o possedere in modo esclusivo. In questo contesto, Gesù è sì una figura straordinaria, ma non l’unica. Come lui anche il Buddha, Krishna, Mosè, Maometto o Confucio sono, secondo Hick, veicoli autentici attraverso cui l’umanità ha potuto incontrare e interpretare il divino. L’incarnazione, dunque, non è un unicum, ma una possibilità simbolica che può essere attribuita – in senso metaforico – a tutte le grandi figure religiose.
L’opera di Hick ha suscitato reazioni fortemente polarizzate. I teologi ortodossi, soprattutto all’interno delle Chiese cristiane tradizionali, hanno rigettato la sua proposta come una forma di relativismo teologico che dissolve l’identità cristiana. Il cristianesimo, secondo loro, si fonda proprio sull’unicità dell’incarnazione e della resurrezione di Gesù; togliere questo fondamento equivale ‒ in quest’ottica ‒ a svuotare la fede della sua specificità. I teologi progressisti e liberali, invece, hanno accolto con favore la riflessione di Hick, vedendola come una necessaria riformulazione della fede cristiana alla luce della modernità, del pensiero critico e dell’incontro interreligioso. Anche nell’ambito accademico, The Metaphor of God Incarnate ha avuto una grande eco, alimentando dibattiti sulla natura del linguaggio religioso, sull’ermeneutica dei testi sacri e sul futuro del cristianesimo.
Hick comunque non è mai stato un ateo né un distruttore della religione; piuttosto un credente critico, convinto che la fede debba confrontarsi con la ragione, la storia e la pluralità delle culture. Il suo intento non era demolire il cristianesimo, ma riformularlo in modo più coerente con la coscienza globale contemporanea. La sua proposta può essere letta come un invito a passare da un cristianesimo centrato sull’identità dogmatica a un cristianesimo centrato sull’etica, sulla prassi e sul mistero del divino che si manifesta in molteplici modalità.
La metafora del Dio incarnato è un’opera che continua a far discutere, ma che ha il merito di sollevare domande fondamentali: che cosa significa oggi credere in Gesù? È possibile essere cristiani senza aderire letteralmente ai dogmi tradizionali? Può il cristianesimo dialogare davvero con le altre religioni senza mettersi in discussione? John Hick, con il suo pensiero lucido e provocatorio, ha tracciato una via possibile: mediante una fede aperta, simbolica, non dogmatica, capace di convivere con la diversità e con il mistero.
John Hick, La metafora del Dio incarnato, Gabrielli editori, pp. 255, euro 20,00


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