Lo Zibaldone - Recensioni
La meditazione secondo Panikkar
di Francesco Roat
Maciej Bielawski ‒ studioso di spiritualità, scrittore, docente universitario, nonché animatore dell’Associazione Meditatio ‒ dopo aver dato alle stampe, in passato, due pregevoli saggi intorno al filosofo/teologo catalano che fu sommo promotore del dialogo interculturale e dell’incontro tra le tradizioni religiose occidentali ed orientali (Panikkar. Un uomo e il suo pensiero e Panikkar. La vita e le opere, entrambi editi da Fazi), torna ad occuparsi di tale autore trattando in modo particolare dell’esperienza meditativa in Panikkar, pur tenendo conto del fatto che fra gli scritti di quest’ultimo non ve ne sia nessuno dedicato specificamente alla meditazione. Tuttavia, puntualizza il nostro saggista: “Sappiamo che egli stesso meditava, anzi che era un meditativo e orante per eccellenza, e in alcuni periodi della sua vita anche un cultore di yoga, praticante zazen e attento studioso di testi spirituali cristiani, induisti, buddhisti e taoisti”. Da questa constatazione, è spontaneo porsi ‒ giusto come fa Bielawski ‒ soprattutto due interrogativi: cosa significava davvero per Panikkar la meditazione e, in parallelo, perché ‒ se numerose testimonianze rilevano che egli la praticasse con una certa assiduità ‒ trattarne così poco e comunque in modo estremamente frammentario negli oltre sessanta libri da lui redatti?
Innanzitutto Bielawski fa presente che durante gli anni della sua appartenenza all’Opus Dei, per il cattolico Panikkar meditazione dovesse equivalere ad orazione e/o preghiera; in quanto negli anni 50 e 60 del secolo scorso per i cristiani meditare equivaleva ad una riflessione interiore su un tema: “che doveva portare a parlare con Dio e, lasciando da parte la dimensione mentale, sbocciare in un sentimento di ardore”, sempre finalizzato a intessere una relazione con quel Tu per eccellenza, costituito dal divino Padre. Dopo questo iniziale periodo meditativo, che potremmo chiamare di stampo occidentale, Panikkar va a soggiornare una prima volta (1959) e successivamente una seconda (1966) in India. È la fase, o tappa, che il nostro saggista indica come il periodo di contato con una meditazione d’ambito induista. Il terzo momento, poi ‒ culminante con il definitivo trasferimento a Tavertet (Catalogna), anche se non si può fissarlo cronologicamente in maniera precisa ‒, è costituito dall’interesse nei confronti del buddhismo, che troverà il suo compimento in quel testo magistrale che è Il silenzio del Buddha (Ed. Jaca Book), e da una pratica meditativa influenzata dallo zen.
C’è una nota oltremodo significativa del pensatore catalano ‒ ripresa dal suo Diario e citata nel saggio ‒, che va analizzata con attenzione: “Importanza della meditazione mattutina in un modo formale: fa una grande differenza. Il segreto è ancora svegliarsi alle cinque di ogni mattina”. Bielawski spiega che per meditazione formale si intende, dal punto di vista della prassi di matrice tradizionale buddhista, tutta una serie di procedimenti che includono: la pozione seduta immobile e silenziosa, la ripetitività quotidiana del lasso temporale dedicato a detta pratica, nonché il comportamento da tenere da parte del meditante in merito a percezioni, emozioni e pensieri; spesso collegato con la consapevolezza del proprio respiro. Questa pagina diaristica testimonia di una pratica meditativa reiterata e regolare, al risveglio, da parte di Panikkar.
Un altro appunto, ancora tratto dal Diario, rinforza quanto appena detto: “Iniziare la giornata con la meditazione implica aprirsi alla terza dimensione che dà profondità alle altre due”. La prima dimensione ‒ nella Weltanschauung panikkariana ‒ è data dal mondo materiale/sensoriale; la seconda dalla mente intesa come facoltà raziocinante; la terza è la dimensione contemplativo-spirituale, che non è trascendente rispetto a fisicità e intelletto, ma li comprende/integra superandoli, in una sorta di Aufhebung hegeliana. E dice bene Bielawski: “Dedicarsi alla meditazione vuol dire sostare in questa terza dimensione sempre di più, con maggiore intensità e coltivarla consapevolmente”.
Sempre nel Diario un’ennesima frase eloquente: “Dopo tre quarti d’ora seduto in padmāsama (loto) ho visto che le tre estasi (estetica, intellettuale e mistica) possono essere dinamicamente unite”. […] Ciò a cui alludo è il superamento della frammentazione. Si tratta di vita in quanto Vita. Allora non si teme la morte né la vita e queste tre facoltà o organi di ricezione della realtà iniziano a unificarsi”. Così l’esperienza meditativa dovrebbe condurre a questo traguardo all’insegna di un’atarassia che non comporti mera apatia ma una grande magnanimità in grado di tutto accogliere, senza avversione o attaccamento. Così meditare equivale a vivere nella pienezza e comporta la consapevolezza di esistere, “di essere avvolti dall’essere”, precisa Bielawski. Consapevolezza che è poi la presa di coscienza della tempiternità: neologismo utilizzato da Panikkar per descrivere una modalità dell’essere che include tempo ed eternità, pur senza confonderli, assumendoli in una categoria/sintesi che li accoglie e li supera. Essa viene vissuta dall’uomo quale momento temporale a-cronologico e kairologico, dove l’eterno si fa presente. Per questo, saper cogliere gioiosamente/meditativamente la vita nella sua globalità comporta accettarne dolori e perdite; perfino la morte.
In sintesi: è pur vero che Panikkar non tratta in modo esteso nei suoi testi sulla tematica specifica della meditazione. Semmai lo fa spesso obliquamente, tramite le confessioni di un diario destinato in primo luogo a se stesso. E questo forse perché, da filosofo, egli ritiene che un approccio astretto ad un tale argomento risulti pur sempre insoddisfacente. In parole povere: si tratta di meditare non di teorizzare. Anche se, alla fin fine ‒ come osserva Bielawski, a cui lascio l’ultima parola ‒, tutta quanta la sua esistenza, specie durante la vecchiaia, era all’insegna della consapevolezza e della presenza attenta.
“Panikkar, ormai dopo decenni di disciplina e di prassi meditativa, nota che la dimensione propria dell’attenzione si è estesa al suo intero modo di essere, come se il lievito avesse fermentato l’intera pasta. Il suo atteggiamento interiore, cioè la sua relazione con il mondo, gli altri, se stesso e Dio è sempre la stessa. Può sedersi per la prassi meditativa formale, che ha praticato a lungo, ma nota che lo stesso comportamento che parte dal cuore e pervade il suo corpo, è presente pur se steso al letto, come del resto quando studia e scrive. È una bella testimonianza che dimostra dove può condurre una lunga e intensa pratica meditativa, magari con l’aggiunta di un tocco di grazia di cui c’è bisogno sia per cominciare che per continuare”.
Maciej Bielawski, Meditazione cosmoteandrica. L’esperienza di Raimon Panikkar, Etabeta, pp. 155, euro 20,00


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