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La figura del ritorno

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di Francesco Roat

In questi tempi di reclusione coatta, a causa del corona-virus (Covid-19), leggiamo/vediamo sui media come si speri unanimemente di poter tornare quanto prima alla situazione precedente l’avvio del contagio. E ciò senz’altro lo auspichiamo tutti. Il problema però va ben oltre la situazione, pur drammatica, che stiamo vivendo. Questione generale/cruciale, infatti, è se risulta mai possibile ritornare davvero e completamente ad un qualche contesto/ambito del passato. Se siamo d’accordo con l’affermazione di Eraclito: «Nel medesimo fiume, invero, non è possibile entrare due volte», verrebbe da concludere che il/ogni ritorno risulta, da sempre impraticabile giacché, ben oltre un corso d’acqua, ogni altra cosa costantemente/ineluttabilmente muta, sia pur spesso in modo impercettibile. Eppure noi ritorniamo (ritornavamo!): non solo a casa ogni sera, ma in tanti altri luoghi che abbiamo un giorno visitato. Tuttavia, quanto più il ritorno fa seguito a una lontananza prolungata, tanto più esso risulta problematico, parziale, apparente, perfino illusorio. È quanto, ad esempio, nota Pessoa nella poesia Lisbon revisidet, sottolineando come: «Un’altra volta ti rivedo, / Ma, ahimè non mi rivedo!». Ovvero se gli edifici, i monumenti, le vie d’una città ci sembrano magari per molti decenni rimanere immutati, noi, al contrario, non restiamo certo tali. Quindi, se è acclarato che panta rei (tutto scorre), ha senso parlare della possibilità d’un vero e proprio ritorno pieno di alcunché?
Non è una domanda retorica, questa, che preveda/implichi solo ed esclusivamente un no; essa esprime/apre piuttosto un interrogativo esistenziale ancor prima che razionale o astrattamente filosofico: una questione di prassi oltre che di mera teoria. Mi si potrebbe rispondere che, in pratica, il ritorno esiste eccome, facendo riferimento a quello quotidiano del sole, o al risveglio mattutino che ci fa ritrovare quell’io che eravamo il giorno prima. La memoria infatti ci permette un continuo ritorno/recupero identitario grazie a una costante ripresa/riformulazione di sé nella consapevolezza del nostro permanere e dunque diritornare – nonostante lo scorrere del tempo e pur entro il (o a onta del) mutamento fisiologico – alla consueta struttura animale/vitale che ci caratterizza, fornita com’è d’autocoscienza, nonché complessivamente/sufficientemente coesa e coerente.
Eppure, specie se accade qualcosa che viene a colpirci profondamente ‒ come una vincita fortunata, un’infermità grave o la morte di una persona amata ‒ il soggetto che è stato così trasformato dall’evento non è più eguale a quello che era prima dell’accaduto. E forse egli non riuscirà più a tornare ad essere l’individuo di un tempo. Paradossale, enigmatica e, aggiungerei, intessuta di mistero appare dunque la figura del ritorno, con cui, volenti o nolenti, tutti siamo tenuti a misurarci. Sarà che il ritorno ha a che fare insieme con la speranza e la paura, con l’amore e con la morte. Il desiderio di tornare a qualcosa/qualcuno che ci è caro vorrebbe pertanto implicitamente esorcizzare o tenere a debita distanza il venir meno. Come il rifiuto o il dissenso di fronte al ritorno dello/allo spiacevole svela il nostro timore ancestrale del pericolo, della sconfitta e della scomparsa a cui siamo purtroppo fatalmente destinati.

Francesco Roat ha scritto “Miti, miraggi e realtà del ritorno” 
(Moretti&Vitali)

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