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Intelligenza artificiale e nuovi equilibri della conoscenza
Al Circolo degli Esteri un confronto tra scienza, filosofia e società
di Camilla Tettoni
Giovedì 8 gennaio 2026 il Circolo degli Esteri ha ospitato la conferenza-dibattito “Intelligenza artificiale e nuovi equilibri della conoscenza”, un incontro dedicato a comprendere la natura, i limiti e le implicazioni dell’Intelligenza Artificiale contemporanea. L’iniziativa, realizzata in collaborazione con Sapienza Università di Roma, con Tensor Loops – Artificial Intelligence Around You, startup della Sapienza, e con il DIET – Department of Information Engineering, Electronics and Telecommunications, ha riunito studiosi provenienti da ambiti diversi, offrendo uno sguardo articolato e critico su una delle trasformazioni più profonde del nostro tempo.
A moderare l’incontro è stato Ludovico Fulci, saggista e scrittore, che ha guidato il dialogo tra i relatori, favorendo il confronto tra approcci scientifici, epistemologici e filosofici.
Fabrizio Frezza – Profezie, equivoci, illusioni, inquietudini
Ad aprire la conferenza è stato Fabrizio Frezza, professore ordinario di Campi Elettromagnetici alla Sapienza, che ha proposto un ampio excursus storico sul concetto di Intelligenza Artificiale (IA). Frezza ha ricordato come il termine “Artificial Intelligence” sia stato coniato da John McCarthy nel 1955 e utilizzato ufficialmente nel 1956 durante la celebre conferenza denominata “Dartmouth Research Project on Artificial Intelligence”.
Il suo intervento ha ripercorso anche le intuizioni profetiche di Alan Turing, che già nel 1950 ipotizzava macchine capaci di apprendere introducendo elementi di casualità e imprevedibilità. Frezza ha sottolineato come, per molti decenni, l’IA abbia seguito un approccio simbolico-logico, in netto contrasto con l’idea di apprendimento proposta da Turing, fino all’attuale svolta data-driven. Ampio spazio è stato dedicato alle inquietudini contemporanee, ricordando le recenti prese di posizione di Geoffrey Hinton, premio Nobel per la Fisica 2024, sui rischi legati a un uso incontrollato di sistemi sempre più potenti. Il riferimento a Italo Calvino e al saggio Cibernetica e fantasmi ha infine aperto una riflessione sul rapporto tra automazione, linguaggio e immaginazione umana.
Enrico Sciubba – Perché non ho paura dell’IA e perché sì
Il secondo intervento, di Enrico Sciubba, professore emerito di Macchine e Sistemi Energetici alla Sapienza, ha affrontato il tema distinguendo tra intelligenza artificiale “forte” e “debole”. Sciubba ha spiegato perché non teme l’ipotesi di una macchina dotata di vera coscienza – che ritiene semanticamente impossibile – ma guarda con preoccupazione all’IA debole, già pienamente operativa.
Richiamando i teoremi di Gödel, il problema dell’indecidibilità di Turing e l’esperimento mentale della Stanza Cinese di John Searle, Sciubba ha sostenuto che le macchine operino senza comprensione semantica. Il vero rischio, secondo il docente, riguarda il controllo sociale, l’impatto sull’educazione e la perdita progressiva di capacità cognitive, soprattutto in una fase storica in cui manca una reale governance internazionale dell’IA.
Antonello Rizzi – Algoritmi, apprendimento e nascita della conoscenza
Il contributo di Antonello Rizzi, professore ordinario di Computational Intelligence alla Sapienza, ha chiarito i fondamenti tecnici dell’IA. Rizzi ha definito cosa sia un algoritmo, illustrato il modello della macchina di Turing e spiegato perché tutti i dispositivi digitali moderni siano, in senso teorico, equivalenti a essa.
Il cuore dell’intervento è stato però dedicato all’apprendimento automatico e alle cosiddette inferenze ampliative, alla base sia del machine learning sia del metodo scientifico. L’IA non si limita a dedurre ciò che è già noto, ma generalizza, accettando una quota di fallibilità. È proprio questa fallibilità – ha spiegato Rizzi – a rendere possibile la produzione di nuova conoscenza, in un processo che richiama gli esperimenti galileiani e il funzionamento stesso della mente umana.
Enrico De Santis – Intelligenza artificiale e nuovi equilibri della conoscenza
A chiudere il ciclo di interventi è stato Enrico De Santis, docente, ricercatore e co-fondatore di una startup nel settore dell’IA, che ha spostato il discorso sul piano filosofico. De Santis ha distinto tra tecnica e tecnologia, richiamando il pensiero di Heidegger, Severino, Wittgenstein e Walter Benjamin, per mostrare come l’intelligenza artificiale stia intervenendo direttamente sul linguaggio, soglia fondamentale dell’esperienza.
Analizzando il funzionamento dei modelli linguistici, De Santis ha spiegato come sistemi come ChatGPT non apprendano regole grammaticali esplicite, ma strutture semantiche emergenti basate su correlazioni statistiche e finestre di contesto. Questo produce un effetto di “noosemia”: la tendenza umana a percepire una mente nei segni. La vera sfida, ha concluso, non è stabilire se le macchine siano intelligenti, ma capire quanta coscienza attribuiremo loro nel nostro futuro co-sviluppo con l’IA.
Un confronto aperto
Nel dialogo finale, stimolato da Ludovico Fulci, è emersa una convergenza su un punto decisivo: nessuno ha mai definito in modo univoco l’intelligenza umana, e proprio questa indeterminatezza rende complesso il confronto con le macchine. La conferenza ha restituito così un quadro ricco e problematico, lontano tanto dall’entusiasmo ingenuo quanto dal rifiuto aprioristico, invitando a una comprensione critica delle trasformazioni cognitive, culturali e sociali già in atto.
Un incontro che ha mostrato come l’intelligenza artificiale non sia solo una questione tecnologica, ma un nuovo orizzonte di conoscenza che interroga profondamente il nostro modo di pensare, apprendere e interpretare il mondo.


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