Lo Zibaldone - Recensioni
Infanzie sospese tra veli e cambiamento: il romanzo di Paola Dezza
di Elena D’Alessandri
Quando, negli anni ‘70, Paola Dezza arriva a Teheran ha lo sguardo limpido e spiazzante di una bambina milanese catapultata improvvisamente in un altrove lontanissimo. Un anno e mezzo vissuto in Iran che oggi si trasforma in un romanzo intenso, Contando i chador. Un’infanzia a Teheran ai tempi della rivoluzione, edito da Neri Pozza, nella collana Colibrì (184pp., 20 Euro); un’opera che rifugge gli stereotipi e restituisce il ritratto di un Paese vivo, vibrante e tragicamente mutato.
Tutto comincia con un’immagine indelebile, rimasta impressa nella memoria dell’autrice: con il naso schiacciato sul finestrino dell’automobile che la porta dall’aeroporto alla città, la piccola protagonista inizia a contare: conta le donne avvolte nei teli neri che incrocia lungo la strada. Arrivata a cento, ricomincia. In quell’Iran che precede la bufera, il chador non è ancora il vessillo politico o l’imposizione coercitiva che diventerà di lì a poco, ma rappresenta il primo, enigmatico impatto con una differenza culturale che una bambina non può ancora decifrare razionalmente, ma solo registrare visivamente.
La Teheran raccontata da Dezza è una metropoli affascinante e profondamente contraddittoria. È la capitale degli ultimi anni dello Scià, un luogo in cui l’alta società guarda con interesse al mondo occidentale — mescolando le tendenze della moda parigina con l’eleganza e le tradizioni locali — mentre la vita della città pulsa in spazi brulicanti e multisensoriali. L’Iran si imprime nel ricordo di quella bambina attraverso una mappa di odori e sapori inconfondibili: l’aroma dello zafferano e della menta, la cucina ricca ma poco nota, i colori caldi dei tappeti e delle maioliche, e soprattutto i bazar. Non semplici luoghi di transazione commerciale, ma vere e proprie piazze relazionali, spazi umani in cui si intrecciano scambi e legami comunitari profondi, ben diversi dai mercati freddi e standardizzati dell’Occidente.
Poi, l’idillio della scoperta si incrina. La rivoluzione non bussa alla porta, ma irrompe violentemente, partendo dalle radici profonde delle campagne e risalendo fino a travolgere i centri urbani. È un cambiamento radicale che stravolge le abitudini di chi vive lì, inclusa la comunità degli occidentali. Sullo sfondo di una città protetta dai monti Elborz, la tensione cresce giorno dopo giorno: i taxi collettivi e le strade lasciano il passo ai soldati agli incroci delle strade, al coprifuoco, alle banche date alle fiamme e ai cori di protesta che urlano contro lo Scià e l’America.
La protagonista non comprende, appieno, il senso di cosa stia accadendo, la portata geopolitica del cambiamento in atto, ma ne avverte i prodromi emotivi: l’ansia dei genitori, la difficoltà di reperire informazioni e la sensazione angosciante che il futuro abbia smesso di essere prevedibile, costringendo la famiglia ad una fuga improvvisa, non pianificata.
Un ricordo che sembrava sepolto nella memoria di una bambina ma che si riaffaccia prepotentemente, a distanza di quasi un cinquantennio da quegli eventi (la rivoluzione Komeinista risale al periodo 1978-79), intrecciandosi con inaudita efficacia alla storia più recente. Quei chador contati con innocenza da una bambina assumono così una dolorosa risonanza con l’attualità: se l’abbigliamento può rappresentare una scelta culturale o personale, la sua imposizione da parte dello Stato — come dimostrato dalla vicenda di Mahsa Amini e dalle azioni della polizia morale — si trasforma nel simbolo di una libertà negata. Contando i chador restituisce così l’immagine di un Iran che, tra bellezza millenaria e ferite mai rimarginate, continua a vivere intatto nel cuore di chi lo ha attraversato.


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