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Il vampiro e il manicomo abbandonato

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Un racconto di Giovanni Cugliari

Un’estate, Giovanni stava palleggiando col pallone da calcio davanti al supermercato e, immaginando di scartare un avversario tra un palleggio e l’altro, emulava ad alta voce uno dei telecronisti sportivi che sentiva alla tivù durante le partite. Seduto sul muretto lì accanto, Umberto dondolava le gambe avanti e indietro, come faceva sempre quando stava seduto. Fissava Giovanni con occhi felici e non si perdeva neanche un’azione del suo migliore amico.

Mentre continuava a palleggiare, Giovanni strisciò la  palla col ginocchio e questa rotolò via verso la strada.

«No!» gridò, precipitandosi alla rincorsa del pallone.

«Attento!» gli fece eco Umberto.

Giovanni raggiunse la sfera, prima che questa finisse sotto una macchina e la afferrò.   Compiaciuto della rapidità con cui l’aveva recuperata, strizzo l’occhio a Umberto. L’amico si limitò a sorridergli. Era un bene che Umberto sorridesse: da alcuni mesi era restio a farlo a causa della scomparsa del padre, vittima di un incidente stradale. Poi aveva conosciuto Giovanni, che aveva quattro anni in più di lui e conosceva Umberto solo di vista. Avevano fatto amicizia, erano affiatati e passavano i pomeriggi a bighellonare vicino casa, a giocare a carte nel parco, a tirare calci al pallone e il buon umore, di tanto in tanto, gli era tornato.

Giovanni si pulì la bocca dalla polvere con la maglietta di Messi che indossava, posò a terra il pallone e lanciò un occhiata di sfida a Umberto.

«Perché mi guardi cosi?» domandò appena spaventato.

«Sono stanco di giocare col pallone. Ho voglia di fare altro».

«Per esempio?»

«Voglio andare al vecchio manicomio abbandonato. Voglio vedere che roba c’è li dentro».

«Ma sei pazzo? È vietato. E poi è pericoloso: sono scomparsi due ragazzi un mese fa lì dentro, oltre ai corpi senza vita di quelli che hanno trovato da quando è stato chiuso».

«È per quello che voglio andare a vedere. Sono curioso».

«Io non vengo».

«Dai, non essere sciocco. Ci sono io con te. Non ti succederà niente».

Umberto esitò, un brivido gli attraversò la schiena; aveva paura di andare in quel posto, ma un forte sentimento di riconoscenza nei confronti di Giovanni  lo convinse ad accettare.

 

Il vecchio manicomio era dall’altra parte della città, Giovanni e Umberto lo raggiunsero in bicicletta pedalando a tutta velocità.

Giunti all’ingresso, provarono ad aprire il cancello che dava sul cortile principale, ma era chiuso a chiave. Giovanni decise di scavalcare il muro che circondava l’edificio chiedendo a Umberto di fargli da scaletta.

«E io poi come faccio?» domandò il ragazzino.

«Tranquillo, campione. Dopo ti tiro su io».

Giovanni, con l’aiuto di Umberto, si arrampicò sopra il muro, tese entrambe le mani all’amico e lo aiutò a salire.

«Stiamo facendo una cosa sbagliata», mormorò il ragazzino mentre saltava giù dal muro, all’interno del cortile.

«Non avere paura», lo rincuorò Giovanni, «diamo solo un occhiata e ce ne andiamo. Te lo prometto».

I due ragazzi si guardarono attorno con apprensione mentre attraversavano il cortile, diretti all’entrata dell’edificio. Alti ciuffi d’erba spuntavano un po’ ovunque dall’asfalto irregolare; mucchi di foglie si ammassavano negli angoli, sotto gli alberi abbandonati; finestre rotte rivelavano l’interno delle stanze in rovina che si affacciavano sul cortile; sui muri dell’edificio si leggevano scritte, firmate Il Vampiro, con richieste esplicite di aiuto.

Umbertò soffocò un tremito, quindi si fece coraggio e seguì Giovanni dentro la struttura.

«Credi che i due ragazzi siano ancora qui?» chiese con voce sottile.

«Se fossero qui, a quest’ora li avrebbero già trovati. I carabinieri hanno perlustrato tutto il manicomio e non hanno trovato niente, a parte una scarpa che a detta della madre apparteneva a suo figlio».

I due ragazzi varcarono la soglia.

Esplorarono alcune delle stanze che si affacciavano sul corridoio principale e che rivelavano il totale disagio, la sofferenza e la solitudine di quei pazienti che anni prima le abitavano.

Poi ci fu un rumore, proveniente da uno degli ambulatori.

«Chi è stato?» domandò Umberto.

«Andiamo a vedere», propose Giovanni.

Il ragazzo più grande fece per lanciarsi ad andare a controllare, ma quando si accorse che Umberto non lo seguiva tornò sui suoi passi.

«Allora che fai ancora lì?»

«Vai tu, io ti aspetto qui».

«Come te lo devo dire? È tutto ok… non c’è niente di cui…»

Un secondo rumore, di oggetti che urtavano contrò il pavimento, si udì dalla stanza in cui si trovavano.

«Dov’è?» gridò una voce. «Dove diavolo è?»

I due ragazzi, spaventati ma curiosi, si avviarono verso la stanza da dove avevano udito la voce gridare. Quando giunsero davanti all’ingresso, furono sorpresi di vedere un uomo anziano, ossuto, con i capelli lunghi e radi, la barba lunga e incolta e il viso denutrito che indossava una camicia da notte consunta e rovistava tra i cassetti di una vecchia scrivania.

Il vecchio sussultò.

«Dottor Schulz?» domandò girandosi per vedere chi fosse.

Giovanni e Umberto rimasero paralizzati.

Una voce nella testa di Umberto gli suggerì di scappare: senza pensarci due volte il ragazzino fece per andare via. Giovanni lo afferrò per un braccio e lo costrinse a rimanere.

«Aspetta», gli disse, «magari ha bisogno di aiuto…»

Umberto ubbidì e si bloccò.

«Chi è lei?» chiese Giovanni al vecchio.

«Chi sono?» rispose lui. «A nessuno è mai importato chi sono io».

«Be’, a noi importa», rispose Giovanni.

«Voi sapete dov’è il Dottor Schulz? Ho bisogno di lui. È tanto che lo cerco».

«No, non lo sappiamo, ma non credo lo troverà qui. Questo posto è abbandonato da anni. Che cosa cerca?»

«Sto cercando quella maledetta chiave. Deve essere qui da qualche parte. Se non la trovo in fretta non potrò tornare nel mio nascondiglio e morirò».

Il vecchio si passò una mano fra i capelli e poi aggiunse: «Sono scappati per colpa mia, vero? Avevano paura di me, di quello che potevo fargli, non è così?»

«Non capisco, signore. Che cosa intende dire? Chi è scappato?»

«Gli altri. Quelli con cui condividevo questo posto. Ho chiesto più volte al Dottor Schulz di curarmi, di farmi tornare un essere umano, ma lui non voleva ascoltarmi. Diceva che io ero già un essere umano. Non capiva che in questo stato avrei avuto sempre bisogno di sangue. Diceva che deliravo e mi faceva prendere quelle schifose pillole…»

«In che senso avrebbe avuto sempre bisogno di sangue, signore?» chiese Giovanni. «Lei è un essere umano. Come me. Come lui», Giovanni indicò Umberto, battendogli una pacca sulle spalle. «Tutti i manicomi sono stati chiusi. Non solo questo. E, di certo, non per colpa sua».

«Volete vedere una cosa?» chiese il vecchio mostrandogli la chiave che aveva ritrovato tra le pile di documenti sopra la scrivania e facendosi strada attraverso i due ragazzi, invitandoli a seguirlo. «Una cosa che prova che sto dicendo la verita?»

Giovanni e Umberto si scambiarono un’occhiata.

«Lasciamolo stare», mormorò Umberto. «Andiamocene via. Questo posto è pericoloso».

«Aspetta», rispose Giovanni, facendo per seguire il vecchio che li aspettava oltre la soglia della stanza e rivolgendosi a lui domandò: «Ci prometti che non ci farai del male?»

«E voi mi promettete che mi aiuterete a ritrovare il dottor Schulz?»

Giovanni annuì senza troppa convinzione.

Il vecchio, seguito dai due ragazzi, affrontò il corridoio e incominciò a gridare: «Dottor schulz! Dottor Schulz! Perche mi ha abbandonato, Dottor Schulz? »

«Dove stiamo andando?» gridò Umberto.

Il vecchio si girò e guardò torvo il ragazzino.

«Nell’unico posto sicuro che conosco. Lontano dalla luce del sole!»

«Questo è pazzo», sussurrò Umberto all’orecchio di Giovanni. «Dobbiamo andarcene».

«È tutto sotto controllo, campione. Vediamo dove ci porta».

Mentre proseguivano per il corridoio, i due ragazzini non poterono fare a meno di notare i letti nelle camere, disposti di fascette per legare i pazienti più pericolosi e le camicie di forza negli armadi degli ambulatori, in prossimità dei reparti che li ospitavano.

Umberto inghiottì quel poco di saliva secca che gli si era formata in bocca.

Poi giunsero a delle scale che portavano di sotto. Scesero.

«Sbrigatevi», disse il vecchio agitandosi e infilando la chiave nella serratura di una porta.

«Questo è il posto di cui vi parlavo prima».

I due ragazzi entrarono.

Lo scantinato dove li aveva condotti il vecchio era privo di luce e i due giovani dovettero fare ricorso alla torcia dei loro smartphone per farsi luce nel buio impestato.

Umberto non vedeva l’ora di ritornare a casa e riabbracciare sua madre, mentre Giovanni, attirato dai deliri del vecchio e spinto dal suo intuito, voleva vederci chiaro e andare fino in fondo.

«Dove sono?» domandò rivolgendosi al vecchio con tono aggressivo. «Dove li hai nascosti?»

Il vecchio si voltò, a disagio. Tacque, si girò dall’altra parte e proseguì dritto davanti a sé.

«Ehi», lo incalzò Giovanni, « Ti ho chiesto dove sono? I ragazzi scomparsi intendo. Cosa gli hai fatto?»

Il vecchio si bloccò. Quando si girò per rispondere una maschera informe gli si dispinse sul volto.

«Non posso parlare», disse con un filo di voce. «Altrimenti non potrò più essere curato. Venite, per favore. Vi mostro una cosa».

I tre si sistemarono in un angolino in fondo allo scantinato, Giovanni aveva lo sguardo confuso ma determinato.

Il vecchio cominciò a parlare dei tempi precedenti al suo internamento. Sollevandosi la maglietta, mostrò alcuni segni strani sul suo corpo, ricordo di stregonerie che certe persone gli avevano fatto, trasformandolo in un essere bramoso di sangue.

«Quindi te lo richiedo, sei stato tu a uccidere quei ragazzi?» domandò Giovanni. «Volevi bere il loro sangue?»

«Oh no, no, io bevo solo sangue di animale: conigli soprattutto. Di notte esco e vado in giro in cerca di bestiole per nutrirmi e sopravvivere».

La pelle di Giovanni si accapponò.

Poi, il vecchio, che incominciava ad accusare la stanchezza, estrasse una foto.

Era una foto tagliata a metà che ritraeva un uomo alto, robusto e vestito elegantemente, che probabilmente abbracciava un’altra persona.

«Questo è mio fratello», disse il vecchio.

Giovanni annuì, cercando di capire chi si celasse dietro quell’espressione bonaria e confusa; Umberto soffocò un impulso di terrore che si allungava dal petto fino alla gola.

Il vecchio riprese: «Mio fratello era un uomo per bene. Voleva aiutarmi a guarire. Purtroppo è scomparso in un incidente stradale qualche mese fa. Mi manca. Mi manca tanto».

«Capisco», rispose Giovanni.

All’improvviso, un forte scalpiccio al piano superiore richiamò l’attenzione di tutti.

«Sono arrivati!» esclamò il vecchio. «Nascondetevi, io vado a chiudere a chiave la porta».

Il vecchio si alzò da terra e si precipitò verso la porta d’ingresso dello scantinato.

Umberto si drizzò in piedi e guardò dritto negli occhi Giovanni.

«Dobbiamo andarcene al più presto», gli disse convinto, i suoi occhi erano gonfi e in procinto di erompere in lacrime.

«Aspetta, voglio vederci chiaro in questa storia», rispose Giovanni alzandosi anche lui e stirandosi la schiena.

«Io ci vedo già chiaro, dobbiamo andarcene, abbiamo a che fare con un pazzo pervertito e bugiardo».

«In che senso bugiardo?»

«L’hai vista la foto che ci ha mostrato?»

«Sì, certo, e allora? Ha detto che è suo fratello».

«Quello non è suo fratello! Quello è mio padre!»

Giovanni ebbe l’impressione che qualcuno gli avesse stretto lo stomaco tra le mani e lo avesse torto fino a lacerarglielo.

«Come fa ad avere la foto di tuo padre?» gli domandò.

«Non lo so, deve avergli preso il portafogli dopo che lo ha ucciso».

«Ma tuo padre non è morto in un incidente stradale?»

«Già. Hai ragione. Non ci capisco niente».

«Vieni con me», disse Giovanni, «dobbiamo chiamare la polizia».

Il ragazzo compose il numero per avvisare i carabinieri, ma forse perché si trovavano sotto terra, il telefono non prendeva.

Si avviarono verso la porta dalla quale erano entrati, ma la trovarono chiusa a chiave.

«E adesso che facciamo?» chiese Umberto.

«Dobbiamo trovare un’altra uscita».

 

Al piano di sopra, intanto, erano tutti concentrati sulla vittima che era addormentata e distesa sul lettino. Il dottore prese il bisturi dalla mano della sua collega e incominciò a incidere.

«Facciamo presto», disse una voce.

«State calmi», disse il dottore, «dobbiamo fare le cose per bene».

Dopo alcuni minuti il vecchio raggiunse il luogo dove il dottore, insieme ai suoi assistenti stava operando. Si avvicinò in silenzio, cautamente, quindi si affacciò alla porta dell’ambulatorio e sorprese il Dottor Schulz mentre inseriva i reni del ragazzo in un contenitore ghiacciato.

«Dottore?» mormorò il vecchio. «È tanto che l’aspettavo».

Il dottore sussultò. Poi, riconosciuto l’uomo, si voltò seccato di dover interrompere l’operazione.

«Ancora tu?» disse.

«Dottore, sono stufo di essere testimone dei suoi traffici. La prego, la supplico, non faccia più del male a questi ragazzi».

«Te l’ho già spiegato mille volte, Arturo», disse il dottore, cercando, con lo sguardo, l’approvazione dei suoi complici. «Lo stiamo facendo per salvare delle vite umane. Noi salviamo vite, Arturo, non te lo scordare».

«Racconterò tutto alla polizia».

«Provaci Arturo, ma nessuno ti crederà. Poi, ti sei chiesto chi ti curerà dopo? Vuoi rimanere per sempre un vampiro?»

Il vecchio abbassò lo sguardo, chiedendosi come mai negli anni in cui il manicomio funzionava, il dottore non gli avesse creduto, mentre adesso era pronto ad aiutarlo.

«Adesso, da bravo, Arturo, torna nello scantinato e lasciaci lavorare».

«Tolga le mani da quel ragazzo!» esclamò una voce coraggiosa.

Era Giovanni che, insieme a Umberto, aveva trovato il modo di raggiungere il piano di sopra e si era affacciato all’ambulatorio.

«Oh, ma guarda chi c’è. Abbiamo tanti ospiti stasera», esclamò il Dottore.

«Abbiamo sentito tutto e abbiamo già chiamato la polizia. Sara qui a momenti!»

«Ma davvero? Bene…»

Il Dottore fece cenno con la testa ai suoi collaboratori di lasciar perdere tutto, alzare i tacchi e andar via. Poi, estrasse da dietro i pantaloni una pistola e la puntò contro i ragazzini.

«Mi dispiace che domani non sarete abbastanza vivi per scoprire come andrà a finire tutto questo…» e sparò un colpo al petto di entrambi. Umberto e Giovanni caddero, privi di sensi sotto gli occhi del vecchio Arturo.

Poi, il Dottor Schulz, insieme ai suoi scagnozzi, sgombrò la stanza, lasciando il corpo inerte del giovane disteso sul lettino con alcuni attrezzi e si avviò verso l’uscita.

«Quando la rivedrò, Dottore?» domandò Arturo, che stava cercando di controllare se i ragazzini respirassero ancora.

«Molto presto, Arturo. Molto presto».

 

La polizia giunse dopo pochi minuti. Venne chiamata subito un ambulanza per salvare i due ragazzi.

Il vecchio Arturo fu arrestato con l’accusa di rapimento e di omicidio nei confronti dei ragazzi scomparsi, di Umberto e Giovanni e del padre di Umberto (a causa della foto ritrovata nel portafogli); poi, una volta indagato più approfonditamente, ascoltato Umberto che nel frattempo, dopo settimane, aveva ripreso conoscenza e compreso il suo problema, venne scagionato e affidato a una struttura adatta a lui.

Ora che però non c’era più uno scantinato in cui nascondersi nelle ore diurne, Arturo si sentiva prossimo a morire.

E così fu. In un pomeriggio caldissimo, pochi giorni dopo essere stato preso in cura dalla nuova struttura psichiatrica, il vecchio Arturo perse conoscenza in cortile, sotto un sole cocente e non si risvegliò più.

Nel frattempo, il manicomio diventò oggetto d’indagine e pattugliamento costante, ma del Dottor Schulz non si trovò più nessuna traccia.

Giovanni pagò caro il suo coraggio, con la morte.

Umberto, compiuta la maggiore età, per commemorare il coraggio di Giovanni, la loro storia e quella di Arturo, diede vita a un’associazione e contro il traffico di organi e a favore della sanità mentale e dei pazienti con problemi psichiatrici, ottenendo riconoscimenti e soddisfazioni in tutto il mondo. Continuando, però, a domandarsi chi fosse il vecchio Arturo, un vero vampiro o un pazzo delirante.

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