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Lo Zibaldone - Recensioni

Il post-teismo è ancora cristiano?

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di Francesco Roat

La domanda posta dal titolo del saggio di Paolo Gamberini: se il post-teismo possa essere ancora venir definito cristiano, non è questione di poco conto. È un interrogativo più che mai attuale per chi ritenga possibile continuare a parlare cristianamente di Dio una volta abbandonata l’immagine teistica di un Essere personale, separato dal mondo, onnipotente e capace di intervenire dall’esterno nel corso della storia. Gamberini ‒ gesuita e teologo ‒ risponde con decisione: . Ma a condizione di accettare che il cristianesimo debba attraversare una trasformazione profonda del proprio linguaggio e delle proprie categorie.

Il punto di partenza è la crisi del teismo classico. L’immagine di un Dio che dall’alto governa il mondo, ascolta le preghiere, compie miracoli e dirige gli eventi secondo un disegno provvidenziale appare sempre meno accettabile alla coscienza contemporanea, segnata dalla cosmologia evolutiva, dalle scienze della vita e da una concezione relazionale della realtà. Non si tratta, per Gamberini, di adattare superficialmente il cristianesimo alla modernità, ma di domandarsi se alcune rappresentazioni di Dio non siano ormai diventate un ostacolo alla fede stessa. Il post-teismo nasce precisamente da questa esigenza: non negare Dio, ma oltrepassare determinate immagini di Dio.

La proposta diventa allora propriamente teologica. Il Dio post-teista non è un ente accanto agli altri enti, né un agente che interviene occasionalmente nel mondo. È piuttosto il fondamento e la profondità del reale: tutto è in Dio, ma Dio non si esaurisce nel tutto. Gamberini tenta così di evitare contemporaneamente il dualismo teistico e il panteismo. La formula alla quale affida questa difficile mediazione è quella del «monismo relativo»: un solo principio ultimo dell’essere, Dio, ma una pluralità reale di forme finite, che non sono Dio e tuttavia non possono essere pensate separatamente da Dio.

È qui che il libro acquista il suo interesse maggiore. Il post-teismo di Gamberini non vuole infatti presentarsi come una semplice rottura con la tradizione. Al contrario, cerca nel cristianesimo stesso le risorse per il suo superamento. Il percorso attraversa una costellazione assai ampia di autori: dalla tradizione neoplatonica e patristica a Meister Eckhart, da Scoto Eriugena a Cusano, fino a Schelling e a Teilhard de Chardin. A questa linea carsica del cristianesimo Gamberini attribuisce una particolare capacità di pensare l’unità di Dio e del mondo senza cancellarne le differenze. In questa prospettiva assume particolare rilievo la sophia, la sapienza che Gamberini considera una delle chiavi attraverso cui la tradizione cristiana può essere reinterpretata oltre il paradigma teistico.

Il passaggio più audace riguarda però Cristo. Se il Logos non viene introdotto nel mondo solo a partire dall’incarnazione, ma è già da sempre presente in esso, quale deve essere allora la specificità del Cristo? Gamberini tende a vedere in Gesù la manifestazione piena e personale di ciò che nel creato è presente in maniera diffusa e incompiuta. L’incarnazione non sarebbe dunque un intervento straordinario proveniente dall’esterno, ma la concentrazione e la piena rivelazione di una realtà cristologica già inscritta nel cosmo. La salvezza viene conseguentemente pensata meno come riparazione di una colpa originaria e più come compimento, partecipazione e progressiva conformazione al Logos.

È una reinterpretazione affascinante, e proprio per questo esige di essere discussa con rigore. Il rischio, infatti, è che il tentativo di salvaguardare il cristianesimo oltre il teismo finisca per spostare a tal punto il significato di parole decisive ‒ Dio, creazione, incarnazione, redenzione, preghiera ‒ in modo da rendere incerto ciò che propriamente continua a essere «cristiano». È la questione sollevata con particolare nettezza da Marco Vannini in un suo recente articolo, nel quale egli sostiene che il superamento del Dio teistico non possa non investire l’intero impianto della fede biblica, dalla creazione all’incarnazione, dalla rivelazione alla risurrezione.

Però secondo Gamberini la questione basilare sta nel fatto che non esiste una forma immutabile del cristianesimo. La coscienza religiosa, come la coscienza dell’uomo e la sua comprensione del cosmo, attraversa la storia e si trasforma. Anche i dogmi e i simboli devono dunque essere sottoposti a interpretazione, non necessariamente per essere abbandonati, ma per venire nuovamente compresi. Il post-teismo sarebbe così una fase di maturazione della fede, non la sua dissoluzione: cioè il passaggio da un «teismo infantile» a un «cristianesimo adulto».

È probabilmente questo il merito principale del libro: Gamberini non si limita a registrare la crisi delle immagini tradizionali di Dio, ma tenta di assumersene fino in fondo le conseguenze. La sua proposta obbliga il lettore cristiano a domandarsi se sia davvero possibile conservare intatto il nucleo della fede, cambiando radicalmente la grammatica con cui quel nucleo viene espresso. E obbliga anche il critico del post-teismo a non liquidarlo come una moda spiritualistica o come una semplice variante della New Age; dietro la proposta vi è una seria questione filosofica e teologica, e vi è un confronto tutt’altro che superficiale con la grande tradizione cristiana.

Resta, tuttavia, una domanda che il libro lascia opportunamente aperta: fino a che punto si può trasformare il cristianesimo perché esso rimanga ancora tale? Forse è proprio questa la vera questione, più ancora di quella formulata nel titolo. Perché il problema non consiste soltanto nello stabilire se il post-teismo sia «ancora» cristiano, ma nel comprendere quale cristianesimo emerga dopo il superamento del teismo. Gamberini ha il merito di non eludere questa soglia. La oltrepassa con coraggio, affidandosi alla convinzione che la fedeltà alla tradizione non consista nel conservarne immutabili le forme, ma nel permettere alla sua linfa più profonda di trovare, nel mutare delle epoche, forme nuove.

Il suo libro è dunque soprattutto un invito a pensare. E, indipendentemente dal fatto che si condivida o meno l’esito della sua proposta, è difficile negare che oggi il cristianesimo abbia bisogno proprio di questo: non di una semplice difesa delle proprie formule, ma di una rinnovata interrogazione sul mistero che quelle formule hanno cercato, nel corso dei secoli, di custodire ed esprimere.

Paolo Gamberini

Il post-teismo è ancora cristiano?

Morcelliana, 2026

pp. 256, € 20.

 

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