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Lo Zibaldone - Recensioni

Il pane appeso ai muri e il sonno rubato: il Libano di Maradona Youssef oltre la retorica

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di Elena D’Alessandri

«In Libano il pane lo trovi appeso ai muri, trasparente come carta di riso; a forma di borsellino per il viaggio alla Mecca; rotondo e profumato ai fiori d’arancio per Gesù Cristo». Basterebbe questa densa tassonomia della panificazione mediorientale per comprendere che “Mezè, miracoli e disastri. Il mio Libano in cucina oltre la guerra”, scritto con la giornalista Sara Faillaci ed edito da Solferino (272pp., 18,50 euro) non è il classico ricettario nostalgico di uno chef prestato alla scrittura. Per Maradona Youssef, il cibo non è mai solo cibo: è il correlativo oggettivo attraverso cui decodificare la complessa, frammentata e dolorosa identità del suo Paese d’origine.

Il libro procede per pennellate oneste e impressionistiche, rifiutando le biografie patinate da backstage televisivo. Chi si aspetta pagine e pagine di aneddoti, tipo Masterchef, (Youssef ha partecipato all’edizione 5 del programma di cucina) o le preparazioni dei piatti nel ristorante di Bruno Barbieri (dove Youssef ha lavorato) rimarrà deluso; a quell’epilogo italiano Youssef dedica pochissimo spazio. Il cuore del racconto pulsa altrove, in quel villaggio del nord del Libano dove l’autore è nato durante la guerra civile da una madre quindicenne, Katia, e da un padre soldato, Jean, così ossessionato dal mito del Pibe de Oro da imporne il nome al primogenito.

La cucina, in questo memoir, è una lente sociologica e storica. C’è la dimensione antropologica degli strumenti — dalle pareti in terracotta dell’el tanour alla cupola di ferro del saj — e c’è il sapore marcatamente politico e identitario dei piatti. Il Qorban, il pane della messa domenicale preparato dalle donne cristiane con l’incisione Gesù Cristo vince, diventa lo specchio di una disillusione collettiva: «Anche se noi al nostro villaggio non vincevamo mai niente».

Youssef si dimostra un narratore privo di sconti, soprattutto verso se stesso. Non nasconde gli episodi di cui si vergogna, ma non maschera nemmeno il dolore cupo dei traumi che la storia gli ha impresso sulla pelle. L’esperienza nella Croce Rossa durante il conflitto con Israele nel 2006 e il ricordo dei bambini rimasti uccisi sotto le bombe nella scuola di Qana riemergono con una crudezza che toglie il fiato: «Sentivo il cuore sfracellato, il sonno rubato».

A bilanciare le macerie intermedie della guerra interviene la vitalità dei legami familiari e dei sensi. Le battute di caccia con il padre, il rispetto quasi religioso per il vino appreso dallo zio Walid — l’uomo che per primo intuisce il potenziale del nipote e lo spinge verso l’Italia —, la presenza ancestrale della nonna Saide e della bisnonna Ogeni. Sono le donne di casa a svelargli i segreti dei falafel perfetti o delle frattaglie con melassa di melograno, ricette che intervallano le pagine non come riempitivi, ma come coordinate geografiche dell’anima.

Alla fine, la cucina di Maradona Youssef — oggi felicemente tradotta nel suo ristorante milanese, che porta lo stesso nome del libro — emerge come un territorio di frontiera. Una terra di mezzo tra Libano e Italia in cui la memoria non si fa mai retorica o sottomissione al dolore, ma un modo ostinato per ricordare la bellezza del proprio Paese al di là dei disastri della storia, che si fa speranza di pace e di convivenza tra i popoli. Un libro potente, semplice e complesso al tempo stesso. Esattamente come il pane.

 

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