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Il fantasma di Alessandro Appiani, da libro al film

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di Marika D’Errico

Una commedia misteriosa e divertente, adatta anche per famiglie, quella de “Il fantasma di Alessandro Appiani”, tratta dal romanzo di Gordiano Lupi, che vede in regia il rinomato concittadino sipontino Stefano Simone.

Ancora una volta Stefano ci regala una storia da brividi che riesce a far immergere lo spettatore nel racconto grazie ad un linguaggio cinematografico chiaro e al dinamismo delle inquadrature.

Inoltre, a Manfredonia riproduce ex novo la via di Malpertuso piombinese poiché il vicolo in questione collega le Antiche Mura al castello di Macchia, che nel film diventa il maniero di Alessandro Appiani. L’architettura delle Antiche Mura di Manfredonia funge perciò da leitmotiv in relazione alla figura del principe.

Geniale l’intro animato che descrive in breve la vera leggenda del principe Alessandro I d’Appiano condannato a morte a causa di una congiura ordita da sua moglie e messa in atto da cinque sicari all’angolo di una casa ad oggi abbandonata in via di Malpertuso, dove ogni fine settembre si narra che torni a manifestarsi il suo fantasma.

I disegni del cartoon sono riprodotti con colori netti, con contorni così definiti da marcare ogni espressione in volto decisamente da far scrutare le loro vere intenzioni e vengono ben accompagnati dalle rime rap di Clever Joe e Robb MC.

Molto divertente il piccolo attore Simone Balta nel ruolo di “Carlo” che arriva quasi sempre all’improvviso e in modo del tutto inaspettato, spinto dalla sua curiosità sui fantasmi. Riesce col suo talento a sorprendere sempre gli spettatori in tutte le sue performance cinematografiche.

Guadagna tanti applausi la protagonista Rosa Vairo, nel film “Silvia Lepri”, per aver dato prova di grandi qualità attoriali con la sua espressività facciale e spontaneità: immersa sempre nel suo personaggio smemorato, ma col superpotere di ascoltare voci anche a grande distanza. Sogna di districare tutti i nodi del caso sul fantasma di Alessandro Appiani, portata dalla sua innata passione per l’investigazione e a dirla tutta, con la sua intuizione ed il suo coraggio, riuscirà a perseguire la strada giusta mentre la polizia si domanda se i vari eventi sono o no fortuite coincidenze. Caparbia nel seguire i suoi sogni, così caparbia da non rendersi conto che a volte col suo atteggiamento può ferire i sentimenti degli altri. A dimostrazione di quanto detto voglio rilevare un suggestivo particolare di “Silvia” quando viene ripresa da un’anta a specchio della cucina in un dialogo con sua madre: l’inquadratura fa da riflesso ad una sua parte oscura e suggerisce che ognuno di noi deve far luce sulle proprie ombre che interiormente stentiamo ad accettare.

Fa da sfondo al film il nonno della protagonista, interpretato meravigliosamente dall’attore Antonio Potito, il quale anche se presente solo in alcune scene, come pennellate di un quadro, esprime chiaramente la reale importanza che hanno i sogni nella vita di chiunque.

Di certo la parte che mi ha colpito di più è quella recitata da Bruno Simone perché nella complessità del suo ruolo di “Paolo Lanfranchi” riesce a comunicare meglio col corpo che con la sua dizione difettosa, facendo comunque trasparire i suoi argomenti simpaticamente sgrammaticati.

Ho molto apprezzato Carlo Cinque nel personaggio di “Mario Luisi”, uno scrittore che sprigiona la sua comicità con battute coinvolgenti e divertenti, ma mai scontate. Nasconde più di un segreto e trasmette un umorismo come sorta di ribellione alla realtà che vive.

Non è meno importante rilevare la bravura di tutto il cast.

A conclusione il tredicesimo lungometraggio di Stefano Simone porta con sé il nobile messaggio che non si può vivere senza sogni, ma non si può rincorrerli facendone una guerra personale perché ogni forma di guerra non è mai giusta né giustificata.

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