Premi e Concorsi
“Il Brusio” di Tiziano Rossi vince il Premio Strega Poesia 2025.
Un brusio magistrale
Tiziano Rossi. Da sempre poeta del BRUSIO che qui preziosamente diventa libro ( EINAUDI 2025). I toni alti, le declamazioni sono inadatti al “modesto decoro” dell’autore, al suo quieto ragionare sull’effimero (talvolta addirittura il futile) di questo nostro essere nel mondo.
Il testo ha una costruzione particolare. La sezione iniziale tratta del tempo più remoto, quello bellico. La prima poesia racconta i “sei minuti all’alba” del condannato all’impiccagione che dice: “Io sono soltanto stanchezza/…e dell’accadere/conta solo l’intero/…forse ci incontreremo/in una forma di brezza:/già stride lassù il segnavento. /” Vengono poi le esperienze dei rifugi. Per non affrontare il terrore delle bombe ci si rifugia nello “stordimento del cervello.” Non compaiono urli, preghiere, bestemmie. Tiziano è una persona beneducata che non punta allo scuotimento dalle radici. La disperazione è contenuta, talvolta trattata con ironia (“Qualche intrepida bestia se la cava/come i topi che sanno/risolvere il difficile/”) e per questo delicatamente e inesorabilmente desolata. Conclusa la “porcheria mondiale” della guerra, rimane la porcheria locale della lotta tra bande, dei maltrattamenti famigliari, del femminicidio, dello spaccio di “medicine che uccidono dolci”, che i ragazzi usano per fare “una festa, una festa/che si va fuori/dal possesso di sé./” Tutto ciò trattato con l’usuale parsimonia e lampi di sarcasmo: “Quindi impegnarsi, perdio!/perché il caso risulta di ardua/risoluzione./”
Nella seconda e nella terza sezione, la vita prosegue in un presente che “è già sorpassato”, un “balenio” che “è pur sempre/una forma dell’essere, sottile”/ per il quale… “qualcuno in disparte/ha intonato/un canto di risarcimento/lento, inudibile./”E’ un fluire-sfuggire trascinati da accelerazioni che puntano a traguardi tanto utopici quanto inconsistenti (“Ecco che siamo sbarcati/al territorio supremo/del supermercato/ai soliti oggetti, mica fumo,/da consumarsi di preferenza/entro la vita./”) (“Perché il lavoro non è scherzare/ e io vado con loro/ nei quotidiani scavalcamenti /…noi siamo dunque gli incamminati/e avanti sempre./”). Chi può salvare da questo oggi che precipita a “perdifiato?” Il “cuore che indugia” in sogni in cui appaiono i volti amati di chi non c’è più o nel ricordo di attimi perfetti: come quelli in cui si ascolta una musica che “ consola e salva”. E poi l’amore. Pur segnato dalla luna e destinato a nutrirsi di lontananze, continua a vivere il suo “fermati, sei bello”:“ Domani le nuvole, la calma,/però non si sbrogli dal cuore/il mio viluppo: i suoi passi,/i suoi capelli mossi dal libeccio.”
Nell’ultima sezione l’autore ci riserva una sorpresa: un mondo visto con gli occhi dei bambini. Quelli dei nipoti con la loro festa delle “potenzialità” ma anche i suoi occhi : infanzia e adolescenza in una Milano amica che offriva montagnette di macerie postbelliche e vie non trafficate per farne palestre dove giocare alla “lippa”, a “bandiera” e, soprattutto, a calcio. Il nonno che sognava di reincarnarsi in un albero ci lascia con un “dubbio buono”: sono le gemmette dei rami nuovi quelle che ci permetteranno di chiudere con la consapevolezza che soffrire fino in fondo la vita è stato giusto, che davvero ne è valsa la pena?
Caterina Galizia