Ma siamo sicuri che l’agile romanzo di Camilla Baresani parli solo del mondo del giornalismo enogastronomico e non del giornalismo tout court? Rosa, apparente maldestra blogger e Guidobaldo, navigato giornalista, in questo caso sguazzano a piene mani nel fantastico mondo del food, quello più alla moda in questa epoca di reality culinari in tv e di chef Maître à penser. Ma starebbero benissimo in uno dei tanti altri ambienti dove i giornalisti, una volta temuti e stimati, oggi sono solo un colorito dippiù di un circo che già risplende di luce propria. Entrambi comunque cercano di vivere al di sopra delle proprie possibilità e Camilla Baresani ci dipinge impietosamente un mondo dove il favore di una citazione è pagato con un invito a cena o un prosciutto da rivendere al droghiere sotto casa, così da arrivare al successivo invito. Nulla di nuovo: nei giornali le cortesie sono sempre state definite “marchette”, ora più eleganti cenette. Ma il senso non cambia e il romanzo andrebbe donato a chi crede ancora nel mestiere del cronista.
Lettura godibile con cattivissime punte di depravazione come quando l’attempato e poco attraente direttore – un vero trombone – non trova di meglio da sussurrare alla giovane foodblogger appena conquistata a letto che la ciliegina del suo seno “ricorda il cappuccino di seppie al nero di Alajmo”. Ah sì, perché nomi e ricette degli chef sono veri. Ahi noi come la brutta fauna umana che popola il libro.