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Lo Zibaldone - Recensioni

Giovanni Pascoli a Barga – la vita di un poeta nella sua casa

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di Gabriele Lanci

Gordiano Lupi nel suo volumetto di recentissima pubblicazione, per la collana I tascabili dell ‘Editrice Il Foglio “, Giovanni Pascoli a Barga – La vita di un poeta nella sua casa”, delinea un’immagine di Giovanni Pascoli nella sua permanenza, tra il 1895 al 1912, anno della morte, nella sua casa di Barga, il più importante centro urbano della Valle del Serchio, nella Lucchesia. Il libro si compone al suo interno di una raccolta di componimenti poetici cui fa seguito un ritratto del poeta romagnolo narrato in prima persona ed un breve saggio sulla città di Barga descritta nei suoi aspetti monumentali, storici ed ambientali colti nel giorno grigio di Ottobre in cui il Lupi vi fece visita . Conclude il libro una serie di foto in bianco e nero su vari aspetti significativi della citta’ che evocano certe sue atmosfere peculiari. Il Lupi, che fin dalla sua infanzia ha avuto una affettuosa e costante familiarità con la poesia del Pascoli, nelle sue composizioni usa termini ed espressioni poetiche spesso attinte scopertamente, ed in certi casi in modo ricorsivo, dalle liriche de “ I canti di Castelvecchio” , scritte dal poeta romagnolo nella sua casa di Barga dove, insieme alla sorella Maria, visse gli ultimi 17 anni della sua vita in modo riservato, anche se mantenendosi in contatto con la comunità locale, alcuni dei cui personaggi compaiono nel suo libro. Tuttavia nelle liriche del Lupi, nonostante la intenzionale palese fedeltà al lessico del poeta romagnolo, ci troviamo assai lontani da un pascolismo di maniera. Non vi è ravvisabile quella presenza non esplicita del lessico pascoliano, a volte anche coincidente con tematiche pascoliane, così frequente nella poesia italiana della prima metà del Novecento, che il Mengaldo, con un metodo di scrutinio e classificazione di estremo rigore filologico, ma anche Pasolini ed altri critici individuano in vari poeti come Betocchi, il Montale de “ Le Occasioni” ed altri. Si sottolinea che la poesia del Pascoli, insieme a quella di D’Annunzio, per giudizio unanime degli studiosi costituisce la base linguistica da cui ha avuto la sua scaturigine la grande stagione della poesia italiana del 900. I testi di “ Giovanni Pascoli a Barga “ sono scritti sovente in prima persona, attraverso una identificazione manifesta del Lupi con il poeta romagnolo, anche se con una trasparenza venata da una lieve ironia che ne rivela il disinvolto e consapevole distacco storico. Ci troviamo quindi nell’ambito di una sensibilità estetica contemporanea cui danno sostanza quella leggerezza tipica del postmoderno, annunciata da Nietzsche e consapevolmente introdotta nella nostra poesia da Umberto Saba ( “Cose leggere e vaganti” è un evidente richiamo ad una lettura non superomistica e quindi nuova sul piano estetico del pensiero del filosofo tedesco), una discorsività affidata a delle frasi lunghe ed articolate secondo una sintattica lineare che fa scarso uso delle incidentali e comunque dal tono poetico assai diverso rispetto a quello narrativo usato dal poeta romagnolo nei suoi Poemetti. Il lessico pascoliano vi viene introdotto attraverso un procedimento retorico di enumerazione per asindeto, cioè attraverso espressioni poetiche che sono separate da delle virgole, che comunque non tendono ad isolare immagini omogenee, come spesso nel poeta romagnolo, ma semmai le affiancano in successione con levità ed armonia. La versificazione del Lupi è quella ricorrente nella poesia italiana successiva agli anni 50. Egli nelle sue composizioni cioè usa dei metri in modo non regolare, quindi secondo dei ritmi non identici e paralleli, perciò assai lontani dalla metrica del Pascoli, rigorosissima seppur nel suo estremo sperimentalismo, ammirata anche dal Carducci che non stimava il suo allievo un poeta autentico, al punto dallo sconsigliargli di continuare a scrivere versi. Inoltre da quanto scritto precedentemente si deduce che, pur nell’uso assai insistito di espressioni verbali pascoliane, le immagini perdono nelle composizioni del Lupi i loro chiaroscurati ed analogici significati simbolici, elaborati con originalità dal poeta romagnolo, ma tuttavia riferibili alla temperie della cultura simbolista tra Otto e Novecento.
Semmai nello scrittore di Piombino possiamo ravvisare quella trasparenza, quel gusto della citazione, quella tendenza ad utilizzare con leggerezza ironica fonti testuali e stilemi disparati, pur entro il perimetro del lessico pascoliano, che è una caratteristica distintiva delle estetiche del Post moderno. Al di là dei toni sovente tristi e malinconici caratteristici di tanta poesia del Pascoli nei testi del Lupi è possibile ravvisare, seppure attraverso tonalità lievissime, quella euforia che, secondo Jameson, caratterizzerebbe le manifestazioni artistiche e letterarie della civiltà post moderna. L’autore è come se confidasse al suo lettore che i suoi versi sono da essere intesi come un esercizio ludico comunque fedele e rispettoso verso la figura umana del grande poeta romagnolo. Il Lupi così attribuisce al Pascoli un’assoluta sincerità nei riferimenti che nella sua poesia compie alla sua vita ed ai problemi reali che la caratterizzarono. Nel capitolo dedicato al ritratto biografico di Pascoli, narrato in prima persona, in questo modo si motiva l’altro versante opposto della poesia pascoliana, quello degli “Odi ed Inni”, delle “Canzoni di Re Enzio” attribuendogli motivazioni di rispondenza a certe convenzioni dell’epoca, pertanto una consapevole sostanziale insincerità ed una mancata autenticità poetica. L’interpretazione quindi in chiave autobiografica del poeta di San Mauro pare rispecchiare molto della versione interpretativa del Croce e primo novecentesca della poesia pascoliana come incentrata sulla poetica ingenua del Fanciullino, delle piccole cose domestiche e familiari, della visione idillica della campagna e della natura. Col Lupi siamo lontani dalla interpretazione psicoanalitica della poesia pascoliana che individuò nei suoi testi dei simboli sessuali incentrati sull’’eros. A questo tema lo scrittore di Piombino non accenna quasi nel suo volume come a sottolinearne la sostanziale irrilevanza poetica. Una prova di questo è che “Il gelsomino notturno”, il maggiore capolavoro de “I Canti di Castelecchio, dai contenuti chiaramente sessuali, non viene mai citato dal Lupi. Sottolineo che questo aspetto è stato messo in rilievo nei convegni dedicati a Pascoli effettuati a San Mauro di Romagna negli ultimi anni che hanno negato quei lati di contorcimento se non di perversione sessuale nella personalità e nell’opera poetica del grande poeta romagnolo posti in risalto dalla critica psicoanalitica.
Assai interessante nel libro del Lupi la poesia dedicata a D’Annunzio in cui il personaggio poetico di Pascoli pone in rilievo l’evidenza della radicale diversità della sua personalità di uomo e di poeta rispetto a quella del grande scrittore pescarese, pur riconoscendo che certi versi de “ Il Poema Paradisiaco” , uno dei capolavori della poesia dannunziana, avrebbe potuto scriverli lui stesso.
L’assiduo riferimento a Barga in ogni capitolo del libretto tende a ritrarre un Pascoli toscano più che romagnolo. Si pone in rilievo che la lingua poetica fortemente contaminata di Pascoli, già nello scrutinio del Devoto, come nei capillari e recenti commenti ai Canti di Castelvecchio nelle edizioni recenti, rivela la presenza di termini delle parlate vernacolari toscane, in particolare della Lucchesia, segno evidente che Pascoli, nonostante tendesse ad isolarsi, aveva fuso notevolmente la propria vita con quella della gente toscana di Barga e del Medio Serchio come del resto rivela certa documentazione dell’epoca. Concludo rilevando come il libro del Lupi, nella sua impostazione complessiva, nel linguaggio delle sue composizioni poetiche come nel ritratto di Pascoli, nella descrizione di Barga ed anche nelle foto dell’ultimo capitolo si inquadri notevolmente nel gusto poetico e nella sensibilità culturale dell’autore. Viene da pensare che Gordiano Lupi nel cantare e nel descrivere la vita di Pascoli a Barga sia stato mosso da quella stessa ispirazione poetica che lo ha indotto a scrivere sia in versi che in prosa tanto della sua amatissima Piombino.

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