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Lo Zibaldone

Filosofia del tempo e significato della storia

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di Francesco Roat

Rispetto a che sia il tempo e in cosa esso consista è nota l’affermazione di Sant’Agostino: Se nessuno me lo chiede, lo so; se cerco di spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so (Le Confessioni, XI, 14). Ma forse, pure all’inizio del terzo millennio, molti di noi potrebbero pensarla alla stessa maniera, perché oggi come ieri quello del tempo è una sorta di mistero; basterebbe solo considerare che, sia pure utilizzando orologi di altissima precisione, il tempo scorre più veloce sulla vetta di una montagna e più lento in una vallata. Inoltre esso dipende non soltanto da dove un soggetto si trova ma pure dalla velocità a cui viaggia. Bel rompicapo! Quanto siamo distanti dal buon vecchio Newton, secondo cui il tempo è assoluto e scorre a prescindere dalle cose, persistendo nel suo corso regolare e sempre uguale a se stesso. In ogni caso, resta che sin dalla più remota antichità gli umani hanno prestato particolare attenzione al ripetersi regolare degli eventi naturali: dall’alternanza quotidiana di giorno e notte a quella annuale delle stagioni, dal battito cardiaco al ritmo del respiro. E dall’osservazione di tali eventi è sorta l’idea del tempo, vissuto come ciclico nelle società tradizionali e come lineare in quelle moderne. Ma il problema cruciale è: il tempo è un’invenzione umana, una mera unità di misura, o esiste a prescindere dagli strumenti che lo registrano?

Soprattutto a questa domanda basilare cerca di rispondere il poderoso/ponderoso volume di Claudio Tugnoli: Filosofia del tempo e significato della storia, in cui l’autore ha raccolto numerosi suoi saggi, articoli e recensioni pubblicati nell’arco di circa trent’anni intorno alla natura del tempo, riflettendo su quanto hanno scritto su tale problematico argomento una serie numerosa di filosofi, tra cui spiccano Aristotele, Agostino, Hegel, McTaggart ed il recentemente scomparso Emanuele Severino. Il primo obiettivo è comunque far prendere coscienza al lettore dell’indubbia complessità che emerge dalle proposte teoretiche di detti (e vari altri) autori; ma al contempo fargli anche provare la catartica: “vertigine del disorientamento cognitivo che procura il misurarsi con una riflessione seria, che rifugga dalle scorciatoie della metafisica tradizionale, più preoccupata di giustificare il tempo che di comprenderne la natura”. E ciò anche solo per il semplice fatto che, come ebbe a considerare Norbert Elias, l’approccio al problema tempo può venire svolto attraverso tre diverse discipline i cui stilemi analitici appaiono, almeno parzialmente, incompatibili: la filosofia, la psicologia e la sociologia della conoscenza. Per non parlare della fisica quantistica che è giunta a ipotizzare persino la possibilità di annullare, a livello sub-atomico, la cosiddetta irreversibilità temporale: la freccia del tempo che, da sempre, scorre normalmente dal passato verso il futuro.

Uno dei filosofi intorno ai quali Tugnoli si sofferma con maggiore attenzione è però John McTaggart, il noto sostenitore dell’irrealtà del tempo, che già un secolo fa: “metteva il dito sulle aporie e contraddizioni che l’analisi del processo temporale porta in superficie”. Come a dire quanto meno, osserva Tugnoli condivisibilmente, che la riflessione intorno al tempo ha sempre finito per trasformarsi in una specie di vaso di Pandora, che, se aperto, fa fuoriuscire tutti i mali possibili: a livello cognitivo quantomeno. Ed il guaio principale sembra legato alla presa d’atto che qualsivoglia approccio teoretico alla tematica di che cosa sia davvero il tempo deve fare i conti con la sua connotazione ambigua, contraddittoria ed incerta. Ad esempio: quanto dura il presente prima di divenire passato? Ovvero: in cosa consiste l’istante che non può essere precisato/fissato, poiché sempre scorre? Ma non solo. Tutti i nostri ragionamenti rispetto alla dimensione temporale sono frutto ‒ dipendono ‒ dalla struttura del nostro cervello, dalla logica o dagli assiomi a cui facciamo riferimento, nonché dal linguaggio utilizzato. Così le nostre interpretazioni ‒ pure quelle scientifiche, sia ben chiaro ‒ sono appena visioni prospettiche. Utilissime, è ovvio, ma mai esaustive o ingenuamente oggettive.

Perciò, dice bene Tugnoli, se il tempo finisce per risultare una costruzione simbolica umana, ovvero se davvero esso “è linguaggio”, nel senso più ampio di questo termine, l’interrogativo più corretto e interessante dovrebbe essere non già che cosa sia il tempo in sé, bensì: “di che cosa parla il tempo?”. E qui si apre il capitolo del senso/valore della storia quale prodotto umano, troppo umano (per dirla con Nietzsche), dunque essenzialmente/fatalmente interpretativo. Ma sempre necessario al fine di orientarsi in un’attualità, in un oggi che risulta sempre figlio del nostro ieri. Non si può che sottoscrivere inoltre quanto sostiene Tugnoli constatando che la narrazione/memoria storica non è mai stata solo sguardo sul passato ma anche tentativo di figurarsi quale sarà il nostro futuro. Infatti va preso atto di come: “Trattare la storia come una semplice successione di avvenimenti in senso naturalistico significa toglierle ogni intelligibilità, senso e ordine pragmatico, significa dimenticare che essa è una trama, perché è un dramma”; giusto nell’accezione etimologica del termine greco drama da cui la nostra parola deriva e che significa azione; un’azione condotta da attori umani per fini umani da compiersi nel tempo.

Torniamo dunque, in conclusione, all’irrisolto problema di come può essere inteso il cosiddetto presente, la cui nozione ‒ nota l’autore citando Minkowski ‒ non è così scontata come sembra; in quanto sappiamo/diciamo di abitare il presente solo narrandolo. Ma la stessa cosa vale per il passato che resta, sempre, narrazione di quanto è stato. E per il futuro, che possiamo solo cercare di anticipare tramite previsioni tutte da verificare. Così: di certo, d’innegabile non ci rimane forse che una considerazione finale ‒ poeticissima e consolatoria insieme ‒, che traggo dalla Nona Elegia duinese di Rilke: “essere stati una volta, anche se una sola volta: / essere stati terreni, non sembra sia revocabile. Per ora, credo sia bastante.

Claudio Tugnoli,

Filosofia del tempo e significato della storia,

Tangram Edizioni Scientifiche 2020

pp. 807, euro 21,00.

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