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Diego Fusaro: “Il nuovo ordine erotico”

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di Francesco Roat

Fresco di stampa per i tipi della BUR, il saggio di Diego Fusaro, Il nuovo ordine erotico. Elogio dell’amore e della famiglia, è la riproposta di un trattato che un paio d’anni fa suscitò non poco scalpore per le prese di posizioni conservatrici dell’autore in merito a erotismo, genere sessuale e genitorialità. Il testo è scandito in sei parti, alcune delle quali, sin dalla titolazione (ad esempio: “L’annientamento economico della famiglia” o “Il nuovo ordine amoroso postfamiliare: la gendercrazia) manifestano un’indubbia ispirazione apodittico-apocalittica, che pervade un po’ tutto il volume, all’insegna com’è di una crociata a difesa dei valori etico-familistici d’ispirazione cristiana contro la barbarie della “deriva cinica del godimento” ‒ fine a se stesso e non al fine della cosiddetta procreazione ‒, che per Fusaro ha inizio con la contestazione sessantottina.

Per quanto il tono moralistico-inquisitorio e pedantesco del libro riveli quasi ad ogni pagina se non altro un’enfasi esagerata e saccente, va dato atto che il j’accuse della prima parte è abbastanza condivisibile. In essa il nostro filosofo, dopo aver scoperto l’acqua calda della globalizzazione quale passaggio: “da una società a economia di mercato a una società di mercato tout court” ed aver notato nella “sconfinata liberalizzazione dei consumi e dei costumi” lo stigma della “omnimercificazione”, denuncia però una assai condivisibile preoccupazione. Quella per cui i rapporti amorosi tendono a divenire sempre più precari, instabili e appunto consumistici; nel senso che il generalizzato disimpegno emozionale fa sì che da un amore si passi con grande facilità/celerità a un altro, in una giostra narcisistica in cui le ‒ un tempo maggiormente stabili e progettuali ‒ relazioni erotico-sentimentali finiscono sempre più per venir sacrificate: “sull’altare del godimento neolibertino individualizzato”.

Certo, i toni utilizzati da Fusaro saranno pur esagerati, la fluidità erotico-affettiva che caratterizza i nostri tempi non sarà la peste il cui contagio spaventa sin troppo l’autore, ma resta il fatto che oggi la famiglia quale molecola “comunitaria” della vita sociale è in crisi profonda. Ci si sposa di meno, si fanno meno figli e i single sono in costante aumento. E tutto questo è, quanto meno in parte, frutto di: “una precarizzazione integrale del mondo della vita, che ora diviene variabile dipendente dall’andamento del mercato planetarizzato a cui nulla è rimasto esterno”: rapporti interpersonali/amorosi inclusi. Il registro apocalittico dell’autore giunge poi all’apice della veemenza, quando egli descrive – pur non senza ragione ‒ il dissolvimento delle vecchie classi sociali (proletariato e borghesia), un tempo detentrici d’una etica comunitaria fatta di solidarietà intersoggettiva, ma oggi liquefattesi in: “atomi sciolti da ogni vincolo e da ogni stabilità esistenziale, precarizzati in ogni ambito, compresi quello erotico-sentimentale e quello dell’identità sessuale”.

Mano a mano i capitoli scorrono, il lettore si rende conto però di come Fusaro elabori una vera e propria retorica della famiglia monogamica, la cui essenza costituirebbe la “sintesi etica dell’esperienza amorosa”, non volendo ammettere minimamente la eventualità/validità di altre forme familiari; anzi arrivando ad esagerazioni che non trovano riscontro nella realtà, come quando afferma che: “il transessuale ha sostituito il padre di famiglia come paradigma mediatico privilegiato”, o a futili deprecazioni quando accenna a: “individui di sesso maschile che somministrano biberon ai bambini, fanno gli infermieri, curano la propria pelle con crema di bellezza e si depilano”. O peggio allorché se la prende col femminismo che intenderebbe non già solo combattere il patriarcato, bensì liberarsi: “dalla figura stessa del padre, inappellabilmente condannata come illegittima”.

Questo libro è il peana della supposta: “declinazione naturale e biologica dell’amore, funzionale alla sopravvivenza della specie”; anche se lo stesso Fusaro è costretto ad ammettere che per l’uomo natura equivale a cultura, ovvero che la natura umana si risolve giusto nelle varie forme culturali che essa fa storicamente proprie. Peccato che ad ogni piè sospinto egli se la prenda con le modalità amorose/relazionali anticonformistiche. Per non parlare dei toni inquisitori con cui condanna quella da lui chiamata ‒ a mio avviso un po’ impropriamente ‒ la teoria gender: di chi cioè pensa che maschio e femmina non siano caratteristiche naturali ma stereotipi culturali. Solo verso la fine del saggio troviamo pagine su cui si può essere, almeno in parte, d’accordo; vedi quelle intorno all’utero in affitto (chiamato eufemisticamente maternità surrogata) che non è certo il modo maggiormente auspicabile per mettere al mondo una nuova creatura.

Torno a ripeterlo prima di chiudere. Vi sono nel libro spunti degni di interesse, considerazioni su cui riflettere, critiche apprezzabili. Spiace però il tono generale/emozionale di questo manifesto neo-conservatore, a causa delle sue prese di posizione così perentorie e categoriche. Quasi che l’amore, e forse prima ancora l’assetto familiare, potesse venir declinato soltanto entro un unico rigido paradigma. Che poi Fusaro s’arroghi la pretesa di stabilirne le regole grammaticali, mi sembra ‒ questo sì ‒ davvero disdicevole.

Diego Fusaro, Il nuovo ordine erotico. Elogio dell’amore e della famiglia, BUR-Rizzoli, 2020, pp. 416, euro 13,00

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