Lo Zibaldone - Recensioni
Agata Goodbye: quando perdere l’altro è l’unico modo per trovare sé stessi
di Elena D’Alessandri
Ci sono amicizie che somigliano a un’occupazione coloniale: occupano il pensiero, dettano la rotta e, alla fine, chiedono un tributo altissimo. “Agata Goodbye” (Arkadia Editore, 234 pp., 17 Euro), l’esordio di Sofia Bianchini, si apre proprio sullo strappo tra una dedizione assoluta e il gelo di un rifiuto. Il romanzo non è una semplice narrazione, ma un memoir in forma di lettera, un soliloquio febbrile che Caterina indirizza ad Agata, l’amica d’infanzia che è stata per anni il suo Nord magnetico e che, una volta a Londra, svanisce nel nulla trasformandosi in un fantasma irraggiungibile.
L’asimmetria che regge il libro è sociale prima ancora che psicologica. Da una parte c’è Agata, la “figlia di papà” della borghesia milanese, destinata per lignaggio a Lettere Antiche e a un futuro già apparecchiato; dall’altra Caterina, che pur di non perdere quel riflesso dorato decide di seguirla nel Regno Unito con tasche vuote e una fiducia cieca. Ma la Londra che accoglie Caterina è un ammasso di scantinati umidi, coinquilini di fortuna e lavori logoranti. È una metropoli che sta scivolando verso il baratro della Brexit e che sembra respingere chi ha scommesso tutto su una promessa. Agata, infatti, si nega: rifiuta ogni incontro, non risponde, lasciando l’amica a naufragare da sola in una città che ha smesso di essere una terra promessa per diventare un banco di prova spietato.
Il vero colpo di genio della Bianchini sta nel raccontare l’immobilità forzata di Caterina. Finché resta nel limbo dell’attesa di Agata, Caterina non riesce a vivere: non si concede un affetto, non costruisce legami, quasi che aprirsi al mondo fosse un tradimento verso quell’idolo che l’ha abbandonata. Eppure, in quella solitudine ruvida, Caterina si tempra. Mentre Agata, libera dal controllo familiare ma priva di una bussola morale, si smarrisce in percorsi tossici e autodistruttivi, Caterina compie un miracolo di resilienza.
Determinanti sono i soli due incontri che avvengono in 6 anni: due collisioni fortuite, mai cercate. È specialmente il secondo, figlio puramente del caso, a fare da catalizzatore della guarigione. Vedere finalmente Agata “nuda”, spogliata dal piedistallo dei ricordi liceali, permette a Caterina di voltare pagina e, finalmente, di esistere per sé stessa. La “luce” di Londra si accende così solo per chi ha saputo lottare per ogni centimetro di dignità.
La scrittura di Sofia Bianchini è asciutta, quasi tagliente nel restituire il senso di soffocamento di una generazione travolta dai cambiamenti geopolitici e dai tradimenti privati. “Agata Goodbye” ci ricorda che a volte perdere l’altro non è una tragedia, ma l’unico modo per trovare davvero sé stessi. Caterina ce la fa perché trasforma il vuoto lasciato da Agata nel terreno su cui edificare i propri sogni, finalmente libera da un riflesso che non le è mai appartenuto.


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