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Abdou Diouf, lo scrittore che porta l’estate nei suoi libri
D: È sempre estate ha avuto un grande successo, da quando è uscito nel 2016, te lo aspettavi? Se guardi all’Ab di allora, cosa è cambiato?
R: Dipende da cosa si intende per successo. Se si parla solo di numeri, sì, forse un po’ me lo aspettavo… perché quando è uscito È sempre estate avevo già un pubblico che mi aveva incoraggiato a trasformare quei pezzi di vita che raccontavo sui social, intitolati “Appunti di un libro che non ho mai scritto”, in un libro vero e proprio. Non mi aspettavo, invece, che dopo quattro anni da quell’uscita mi continuassero ad arrivare messaggi di lettori che, attraverso il passaparola o per caso, hanno letto il romanzo. Credo che il successo per chi scrive sia questo: riuscire a lasciare qualcosa in chi legge. Anche fosse una sola persona. Rispetto all’Ab di allora forse la cosa che più è cambiata è la consapevolezza. Consapevolezza del mondo che mi circonda. Prima avevo la sensazione di vivere in una bolla e che le cose del mondo non potessero in alcun modo toccarmi o turbare il mio equilibrio interiore. Crescendo, invece, questa bolla si è rotta e mi sono ritrovato catapultato nel mondo, da qui la consapevolezza che ne faccio parte e perciò quotidianamente devo ritrovare l’equilibrio interiore che il mondo fa di tutto per farti perdere.
D: Come ha influito la biologia nella formazione del tuo stile narrativo?
R: La sintesi. L’essenziale. M piace usare le parole che servono per dire esattamente quello che voglio dire. Né più parole, né meno. Come quando in laboratorio faccio un esperimento. I reagenti devono essere precisi, né più né meno. E questa mentalità scientifica influenza molto il mio modo di scrivere, ma anche di vedere e valutare le cose che mi circondano.
D: Quando scrivi utilizzi una macchina da scrivere? Dove ti piace scrivere e quale momento della giornata prediligi?
R: Ho una macchina da scrivere che mi è stata regalata da una persona cara, una Olivetti “lettera 32”, la stessa macchina da scrivere che usavano Tiziano Terzani e Oriana Fallaci. Entrambi scrittori che apprezzo molto, soprattutto per la loro visione del mondo, seppur in contrasto alle volte, e per il loro modo di scrivere asciutto e diretto. La macchina da scrivere la uso per le lettere importanti, è molto elegante, mentre per scrivere i miei pensieri e i racconti uso una Moleskine e poi il computer. Scrivo sempre in realtà, nel mio cellulare ci sono più di tremila note. Alcune poi mi dimentico di riguardarle e vanno perse, altre invece le trasformo in racconti. La notte, il momento della giornata che prediligo per scrivere.
D: Il tuo legame con la musica è forte e traspare sempre, sia nei tuoi post sui social che nel primo romanzo. Ne Il pianista del Teranga è ancora più preponderante. Da dove hai tratto l’idea per questo locale? Il Teranga è un luogo immaginario?
R: Quando mi succede di non sapere come andare avanti mentre scrivo, accendo la musica. Ogni canzone, per me, è una storia. Ogni canzone è fonte di ispirazione. L’idea del Teranga è arrivata proprio da una di queste canzoni. Avevo già in mente la storia e molti dei personaggi, ma mancava il luogo. La risposta me l’ha data Piano Man di Billy Joel, canzone che non conoscevo, che poi ha dato il ritmo alla storia e che ora è fissa nella mia playlist. Nel mondo esistono tanti locali che si chiamano Teranga, perfino a Napoli ce n’è uno, ma il mio Teranga, sì, è un luogo immaginario, “un circolo serale per pazzi sprassolati e un poco scemi”, questo è Dalla. Per chi leggerà sarà divertente trovare i riferimenti musicali, ce ne sono tanti.
D: C’è qualcosa che lega il tuo primo romanzo a Il pianista del Teranga? Cosa pensi che i tuoi lettori potranno ritrovare in questo nuovo libro?
R: Sicuramente ritroveranno il rapporto di amicizia tra i due protagonisti principali. Modou e Ab in È sempre estate, Samba e il pianista in questo nuovo romanzo. Prima dell’amore credo che ogni legame sia basato su una solida e sincera amicizia. Da lì viene tutto il resto. E qui cito De Gregori: “due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai.”
D: È stato un anno molto difficile questo 2020, ma è anche l’anno del tuo ritorno nelle librerie col nuovo libro: Il pianista del Teranga. Vuoi esprimere un desiderio o un augurio per il futuro?
R: Mi auguro di ritrovare l’armonia con me stesso. Tra quello che vedo, quello che sento, quello che dico, quello che faccio e quello che desidero. E a chi legge, auguro lo stesso. ☀️
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