Lo Zibaldone - Recensioni

Oltre il Cristianesimo

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di Francesco Roat

Marco Vannini, nel saggio Oltre il cristianesimo, analizza soprattutto due personaggi assai distanti temporalmente e culturalmente tra di loro; l’uno infatti è il medioevale Meister Eckhart e l’altro il novecentesco Henri Le Saux. Essi tuttavia risultano accostabili, in quanto entrambi sono dei mistici, legati ad un cristianesimo che non è però quello dogmatico, dottrinale e catechismo della Chiesa, bensì alla testimonianza della predicazione di Gesù, incentrata sulla necessità della totale spoliazione egoica. Sul completo distacco, quindi, come unica via che può farci dimorare nella dimensione del divino, dell’Assoluto o dello spirito, che dir si voglia.

Scrive, a questo proposito, con felice sintesi Vannini che: “Rinunciando a se stesso, «odiando» la propria anima, in conformità all’insegnamento evangelico (cfr. Lc 9,23 s.; Mt 16,25; Mc 8,35; Gv 12,25), l’uomo distaccato vive in ogni istante nella pace di un mistico silenzio, pur in mezzo all’attività richiesta in ogni momento dalla vita”. E si può concordare con l’autore sul fatto che la mistica possa venire intesa essenzialmente giusto come la capacità di distanziarsi da ogni forma di attaccamento o mera credenza. Essa è inoltre la forma più eccelsa della filosofia ‒ in origine: amore per la sapienza/saggezza ‒ quale la concepiva Platone, che riteneva venisse espressa al meglio in un incessabile “esercizio di morte” (melete thanatou), perseguito/consigliato pure da alcuni eminenti Padri della Chiesa.

D’altronde le cosiddetta Sacre Scritture insistono costantemente sulla necessità del distacco, più volte sottolineata nei vangeli e ribadita da Eckhart, che vede nell’amor sui (l’amore rivolto a sé) la radice di ogni male. Ortoprassi mistica è dunque in primo luogo la mors mystica ossia la morte dell’egoità, affinché possa nascere il paolino uomo nuovo, tenendo conto di quanto espresso da Gesù a Nicodemo sulla rinascita spirituale (Gv 3, 1-10). Detta rinuncia estrema si rivela peraltro insegnamento basilare e costante di un po’ tutti i maestri spirituali di ogni tempo e luogo, espresso con nomi diversi nelle varie lingue, antiche e moderne: sia essa l’afaíresis degli antichi pensatori greci, l’abgeschiedenheit del Meister tedesco per eccellenza o il dejamiento dei maggiori mistici spagnoli.

È infatti il distacco nei confronti di tutto a consentire l’unica libertà possibile. Anche quella dal presunto sapere umano, il quale, come insegna Nietzsche, null’altro è che relativa interpretazione. Non a caso Vannini ci ricorda che secondo Evagrio Pontico è beato chi raggiunge l’ignoranza (aghnosia) piena. Beatitudine che può venir considerata una vera e propria estasi: un’uscita (ek-stasis) da se stessi. “Anche se poi” ‒ precisa poi l’autore ‒ “si tratta in effetti di una altrettanto profonda en-stasis, «entrata», all’interno di se stessi, verso il vero Io, «sostanza dell’anima», o «centro dell’anima», che è Dio stesso”. Questo è quanto d’altronde affermano sia Giovanni della Croce che la coeva Teresa d’Avila.

Ancora sulla beatitudine (beatitudo, makaria) ‒ la quale non consiste nel mero piacere (voluptas, hedone) o in un’idealizzata esistenza felice (felicitas, eudaimonia) ‒, nota convincentemente Vannini: “Se si resta vittima dell’egoismo, che è la nostra radice animale, si conosce solo la superficiale felicità psicologica, che sta nel gonfiarsi dell’egoità, sempre in rapporto al sociale ‒ nei suoi vari modi ‒ piacere, denaro, potere, fama, ecc. ‒ e niente si conosce della profondità dell’anima e della sua beatitudine”. Infatti: «distaccati da tutto» (Afele panta), ammonisce Plotino, riassumendo in tale formula l’essenza della spiritualità: sia occidentale, che orientale. E, a proposito d’Oriente, passiamo a secondo personaggio su cui si incentra questo libro così puntuale e interessante: Henri Le Saux.

Un monaco benedettino francese conosciuto pure con il nome che egli assunse in India ‒ sua seconda e definitiva patria ‒, ossia Abhishiktananda. Dopo il tentativo, poi rivelatosi infruttuoso, di organizzare fondare un ashram (comunità monastica), grazie al quale trasfondere la tradizione contemplativa nella realtà indiana, La Saux soggiornò a lungo nelle grotte della montagna sacra Arunachala, seguendo l’esempio di Ramana Maharshi e aprendosi così alla dimensione della non dualità (advaita). Ed ecco di cosa va in cerca Abhishiktananda secondo le sue stesse parole, ricavate dal suo diario: “Sprofondare in me, nel più profondo di me stesso. Dimenticare il mio io, perdermi nell’io dell’Atman divino che è all’origine del mio essere, della mia coscienza di essere. E, in questo unico e primordiale Io, sentirmi tutti gli esseri”.

Ecco l’obiettivo della sua ascesi spirituale: “La Divinità alla radice dell’anima, non-altro”. Come mette in luce sempre Vannini, Le Saux utilizza la parola Divinità ‒ che equivale alla Gottheit di Eckhart ‒, più che il termine (abusato) Dio, per riferirsi ad un Assoluto che sia oltre e altro rispetto alla tradizionale rappresentazione consueta di esso. Ben presto il monaco francese prende molto le distanze dalla Chiesa e dal modo conformistico di pensare e filosofare occidentale. Consapevole altresì di come miti, riti e credenze religiose abbiano solo la funzione che ha una zattera per attraversare un corso d’acqua. Una volta giunti al di là di esso ‒ come suggerisce una parabola Buddha ‒ dobbiamo abbandonarla per poter procedere; altrimenti è solo un gravame inutile.
Anche secondo Le Saux ‒ in modo analogo ad Eckhart ‒ il peccato fondamentale è la philautia: l’amore verso se stessi. È necessaria pertanto una radicale kenosis (spoliazione), pari a quella del Cristo, che rinunciò pure alla vita e sostenne l’abominio della croce, perdonando/amando i propri carnefici. Quanto poi al professarsi cristiani o hindū, l’adesione a questa o quella religione conta assai poco: “monoteismo/politeismo è discussione di persone che non sanno. Dio non è né Uno né una moltitudine”. Par di leggere il più noto sermone di Meister Eckhart (Beati pauperes spiritu), in cui il predicatore ha il coraggio di dire: “prego dio che mi liberi da dio”, allo scopo precipuo di affrancarsi/ci dalle false rappresentazioni/teorie su di Lui e da qualsivoglia brama di vana tesaurizzazione spirituale.
Marco Vannini, Oltre il cristianesimo. Da Eckhart a Le Saux, Lindau 2025, pp. 274, euro 24,00

 

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