Lo Zibaldone - Recensioni

L’ossessione dell’assoluto: il viaggio viscerale di Aixa de la Cruz

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Tutto comincia con il sangue

di Elena D’Alessandri

Con “Tutto comincia con il sangue”, in libreria con Fandango (246pp., 19 Euro), la scrittrice spagnola Aixa de la Cruz firma una delle opere più viscerali, intense e spiazzanti del panorama contemporaneo. Il romanzo si apre con un’immagine di potente efficacia simbolica: sui gradini di una chiesa, la giovane Violeta si strappa la pelle per versare una goccia del proprio sangue in una borraccia, offrendo un patto d’amicizia indissolubile all’amica Elisa che, spaventata da tanta assurdità, sputa subito quel liquido. Questo gesto inaugura la parabola di una protagonista segnata fin dall’infanzia da una ferita originaria, uno strappo primordiale alimentato dall’assenza di un padre allontanatosi troppo presto e dalla presenza di una madre talmente soffocante da diventare ingombrante. Per suturare questo vuoto, Violeta trascorre l’intera esistenza rincorrendo l’assoluto nell’altro, muovendosi con naturalezza all’interno di una sessualità fluida e libera da etichette rigide, pur definendosi ufficialmente lesbica. Le sue relazioni finiscono tuttavia per trasformarsi in precipizi emotivi fondati sulla dipendenza e sulla sottomissione. Basti pensare al legame fantasma con Paul, il suo primo amore adolescente, ufficialmente omosessuale, che ha rincorso per 20 anni senza mai staccarsi del tutto, o alla storia pervasiva con l’artista di origine marocchina Salma, in cui la stabilità cercata si tramuta presto in un possesso rigido e claustrofobico.

Il corpo di Violeta diventa il registro biologico su cui si sommano le macerie emotive, un territorio in cui il sangue scorre come linfa vitale, moneta di scambio affettiva e marchio indelebile di sofferenza. Quando la realtà e le relazioni sessuo-affettive — persino quelle più equilibrate vissute nel triangolo amoroso con l’amica Chiara e l’amante Bea — rivelano la loro intrinseca precarietà, l’orizzonte della protagonista trasla verso il sacro. Nutrita da un immaginario letterario denso e radicale, che spazia dal romanticismo tragico della Emily Brontë di Cime tempestose all’isolamento contemplativo di Emily Dickinson, fino al misticismo di Santa Teresa d’Avila, Violeta cerca nella clausura e nella disciplina del convento l’unica forza capace di contenere un desiderio smisurato. Tuttavia, l’esperienza monastica non rappresenta il punto di arrivo: la ricerca della fede si rivela un’ulteriore tappa di passaggio per disperdere le voci interiori e placare il dolore. Il cerchio si chiude davvero quando Violeta sceglie di lasciare il convento e far ritorno proprio da Paul. In questo ricongiungimento finale con l’unica anima gemella che condivide la sua stessa impossibilità di incasellarsi, la narrazione dimostra come l’accettazione del proprio vuoto e delle proprie contraddizioni sia l’unico, reale approdo possibile.

 

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